Furto di Stato: quando la legalità varca la frontiera

C’è qualcosa di quasi rassicurante nella coerenza. Non importa quanto discutibile sia il principio, purché venga applicato con costanza, senza tentennamenti. In questo senso, la proposta russa di legalizzare la registrazione interna di veicoli rubati all’estero non è affatto sorprendente. Anzi, è perfettamente in linea con una lunga tradizione politica e amministrativa che potremmo definire, senza troppi giri di parole, una forma strutturata di appropriazione sistematica.

Qualcuno la chiamerebbe cleptocrazia; altri, con maggiore indulgenza, pragmatismo. In ogni caso, niente di nuovo sotto il sole.

L’idea, presentata con una certa disinvoltura burocratica, è quella di tutelare gli “acquirenti in buona fede” che, ignari, si ritrovano tra le mani un’auto rubata in Europa e introdotta in Russia attraverso canali più o meno opachi. Una preoccupazione nobile, quasi commovente: chi non vorrebbe proteggere il cittadino onesto che scopre solo dopo l’acquisto di guidare un bene sottratto a qualcun altro? Il dettaglio curioso è che la soluzione proposta non sia restituire il veicolo al legittimo proprietario, né rafforzare i controlli contro il traffico illegale, bensì rendere perfettamente legale il possesso di ciò che illegale è all’origine. Una sorta di lavaggio normativo, dove il problema non viene risolto ma semplicemente ridefinito fino a scomparire.

Da un certo punto di vista, è un approccio brillante nella sua semplicità: se qualcosa è rubato, basta cambiare la definizione di proprietà una volta superato il confine. Un piccolo passo per la burocrazia, un grande salto per il........

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