Bielorussia, per l’Onu la giustizia è diventata uno strumento contro i critici di Lukashenko |
A Minsk le porte delle prigioni, ogni tanto, si aprono. Il 16 settembre le autorità bielorusse hanno liberato altri 25 detenuti dopo una nuova trattativa con l’inviato statunitense John Coale. In cambio, Washington ha alleggerito alcune sanzioni nei confronti di società bielorusse. È l’ultimo capitolo di un dialogo che negli ultimi mesi ha consentito a centinaia di persone di tornare in libertà. Eppure, secondo le organizzazioni per i diritti umani, quasi 900 persone continuano a essere detenute per ragioni politiche. La contraddizione è soltanto apparente. Liberare alcuni prigionieri attraverso una trattativa diplomatica non significa necessariamente smantellare il meccanismo che ha prodotto quegli arresti. È proprio questo il punto centrale di un rapporto predisposto dal Gruppo di esperti indipendenti delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Bielorussia. Secondo gli esperti, dalla contestata elezione presidenziale dell’agosto 2020 le istituzioni dello Stato avrebbero progressivamente costruito un sistema nel quale polizia, servizi di sicurezza, pubblici ministeri, tribunali e amministrazione penitenziaria concorrono, nelle rispettive funzioni, alla repressione di oppositori e critici del Governo di Alexander Lukashenko.
Non episodi isolati, dunque, ma un meccanismo che accompagnerebbe la persona dall’arresto fino al carcere e, in alcuni casi, continuerebbe anche dopo la liberazione. Le elezioni del 2020 rappresentano lo spartiacque. Lukashenko fu proclamato vincitore per il sesto mandato, mentre l’opposizione e diversi Governi occidentali denunciarono brogli. Le manifestazioni che seguirono portarono in piazza decine di migliaia di persone e furono seguite da migliaia di arresti. Lukashenko ha sempre respinto le accuse di frode elettorale e........