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Lettera aperta ad Arturo Diaconale sulla Destra Liberale

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30.10.2019

Gentile Direttore e Caro Arturo,

non riesco a rispondere “sub specie aeternitatis” alla tua dichiarazione del 22 ottobre a margine della presentazione dell’Associazione culturale Destra liberale. Consentimi perciò di rivolgermi a te come vecchio liberale oltre che liberale vecchio, amico e collaboratore dell’Opinione da lustri. Intendo quasi confessarmi a te, che da una vita sei schierato come me dalla parte giusta, apparentemente sconfitta eppure vincente al tempo stesso. Non è un paradosso. Le mie confidenze, mi lusingo di crederlo, sono quasi una metafora del destino di tanti liberali nelle vicende della Repubblica. Perciò ti apro il cuore e la mente sul nostro liberalismo.

Sono passato, pensa un po’, da anticomunista viscerale a liberista selvaggio, due accuse insultanti lanciate da comunisti, postcomunisti, liberalisti (così mi piace chiamarli!), e passi; ma anche, te lo sottolineo sebbene dovresti saperlo, da liberali dichiarati e, per molti aspetti, sinceri. Erano, questi liberali “soi-disant” e no, terrorizzati dalla semplice parola “Destra”, se ne sentivano squalificati, sebbene fosse l’augusta parola degli uomini che guidarono il Risorgimento, sviluppando le potenzialità dello Statuto, una costituzione liberale, e consolidandole fino al pareggio di bilancio nonostante le immani spese per l’Unità. La Destra liberale, risorgimentale, patriottica divenne un lascito trascurabile anziché un inestimabile legato; di più: l’unica straordinaria impresa politica di cui potessimo vantarci, come liberali e come italiani. Sganciati da Cavour, Giolitti, Einaudi abbiamo vagato nella Repubblica ondivaghi e insicuri, come se avessimo debiti pesanti da saldare invece che ricchi crediti da esigere dalla storia patria.

Per un lungo tratto, dalla vittoria del 18 aprile 1948, che fu una vittoria della libertà dell’Occidente contro i lacchè del totalitarismo collettivistico, i liberali contarono. Eccome. Avemmo un partito coerente con il nome. Di fronte alla grande questione se il liberalismo dovesse avere un partito suo proprio oppure, senza dar vita ad una formazione specifica, espandersi a fecondare gli altri partiti, sono sempre stato convinto che in Italia fosse indispensabile un partito liberale, di liberali, per il liberalismo, come ben spiegai nel memorandum offerto al Congresso del Pli di Torino nel marzo del 1984. Lo pubblicai pure sotto........

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