Anthem: l’inno proibito all’io |
La sesta lezione della John Galt School ha visto il ritorno inatteso e gradito di Diana Thermes, alla quale era stato affidato il compito di introdurre il corso delineando le coordinate essenziali del pensiero oggettivista. Al centro del nuovo appuntamento vi era un tema particolarmente congeniale alla professoressa: la distopia. Ayn Rand non può essere considerata una scrittrice distopica tout court. Il suo testo più celebre appartenente a questo genere narrativo, Anthem (Antifona nella traduzione italiana), obbliga i lettori a porsi una domanda: si tratta veramente di una distopia o di una distopia sui generis, quasi come se fosse un’utopia camuffata da distopia?
Il romanzo è certamente la rappresentazione di una distopia totalitaria, descritta con le sembianze della Russia a lei familiare: il comunismo di derivazione bolscevica, evolutosi nella dittatura staliniana. L’esito politico finale del socialismo (o comunismo, due termini che Rand utilizza in modo intercambiabile) è il totalitarismo, inteso come la configurazione estrema dello statalismo. Ayn Rand lanciò un monito inequivocabile contro il socialismo: quando entra in un sistema, basta che apra uno spiraglio affinché possa infiltrarsi con pervasività in ogni ambito della vita. L’individuo viene prima subordinato, poi assorbito, infine nullificato. Il collettivismo comincia come una dottrina politica e termina come un asservimento totale.
Rand aveva già compiuto un’operazione analoga con Noi vivi, il romanzo autobiografico che ripercorre le vicissitudini personali della giovane Alisa. La protagonista ricalca le orme di una ragazza desiderosa di emanciparsi e conquistare gli spazi di libertà che le erano preclusi. In quella storia Rand ripercorse ciò che accadeva intorno a lei: la persecuzione, la requisizione dei beni familiari, la censura universitaria, la miseria economica che accompagnò la sua giovinezza nella Russia sovietica. È una forma narrativa che anticipa di qualche decennio, sotto alcuni aspetti, il neorealismo letterario italiano.
Nel 1936 Noi vivi fu rifiutato dalla maggior parte degli editori statunitensi, perché l’intelligencija giornalistica e politica americana viveva ancora un’infatuazione per Stalin e per l’esperimento sovietico. I fautori del progressismo trovavano affascinante la ristrutturazione della società e condividevano l’idea di una civiltà ridisegnata attraverso la pianificazione. Molte delegazioni americane si recavano in Russia per studiare il sistema scolastico sovietico. Rand, invece, conosceva dall’interno il prezzo umano di quel modello liberticida.
Il finale di Noi vivi è tragico e distopico: la protagonista muore cercando di oltrepassare il confine con la Polonia, colpita alle spalle da una raffica di proiettili. Anche i suoi due amanti muoiono: uno spiritualmente, l’altro fisicamente. Con Anthem si compie un grande passaggio tematico. La distopia permane, ma il finale non si chiude nella sconfitta: apre alla riconquista dell’io, alla possibilità di una nuova civiltà fondata sull’individualismo.
Che tipo di distopia è, dunque, Anthem? La domanda può essere posta anche a proposito di La rivolta di Atlante, pur nella differenza dei codici espressivi e delle peculiarità stilistiche. Anthem inaugura la stagione della distopia politico-sociale del Novecento. La distopia è la rappresentazione negativa di un mondo capovolto o di una società futura nella quale, in teoria, dovrebbero regnare la ricchezza, la pace e il benessere, mentre nella realtà dominano la fame, la paura, la sorveglianza, il disordine interno e la guerra esterna.
Il romanzo ripercorre gli elementi tipici della letteratura distopica e anticipa l’analisi sul fenomeno totalitario che Hannah Arendt svilupperà ne Le origini del totalitarismo (1951). Come George Orwell in 1984, l’ultima grande........