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Jihadisti riciclati

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31.08.2026

La rinascita delle organizzazioni terroristiche palestinesi come partiti politici

La nuova alleanza politica palestinese che sta prendendo forma dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per gli Stati Uniti, l’Europa e per chiunque speri nell’emergere di una leadership palestinese moderata e pacifica dopo il massacro del 7 ottobre 2023 in Israele, perpetrato da Hamas.

Hamas, la Jihad Islamica Palestinese (PIJ), la “Corrente riformista” di Fatah guidata da Mohammed Dahlan, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP) e altre fazioni palestinesi stanno discutendo della formazione di una lista elettorale comune e ampia con cui presentarsi alle elezioni del Consiglio Legislativo Palestinese dell’Autorità Palestinese (AP), previste per il prossimo 28 novembre.

Questa nuova lista viene promossa come un progetto di “unità nazionale” palestinese. Più precisamente, si tratta del tentativo di riportare le organizzazioni terroristiche nella vita politica palestinese attraverso il voto.

Le fazioni coinvolte nei colloqui dichiarano di sostenere la formazione di una “ampia alleanza nazionale” in vista delle consultazioni elettorali. Secondo quanto affermano, le elezioni rappresenterebbero un’opportunità per realizzare “l’unità nazionale”, porre fine alle divisioni tra i palestinesi e riorganizzare le istituzioni dell’Autorità Palestinese sulla base della partecipazione e del consenso.

Hamas e la Jihad Islamica Palestinese (PIJ) sono organizzazioni terroristiche islamiste che negano il diritto di Israele a esistere. Hamas è stata responsabile, insieme ad altri palestinesi, delle atrocità del 7 ottobre. La PIJ, organizzazione terroristica sostenuta dall’Iran, ha partecipato a innumerevoli attentati terroristici contro Israele. Ora, a quanto pare, queste organizzazioni vengono invitate a reinventarsi come partiti politici.

Lo sviluppo più significativo è la notizia secondo cui la PIJ avrebbe deciso, in linea di principio, di partecipare all’alleanza. La PIJ non ha mai preso parte in precedenza alle elezioni parlamentari dell’Autorità Palestinese. Tuttavia, si starebbe preparando all’eventualità di invitare i propri membri a iscriversi nelle liste elettorali o ad aggiornare i propri dati.

La Jihad Islamica Palestinese si è improvvisamente trasformata in un’organizzazione politica pacifica? Difficile crederlo. Una fonte di alto livello della PIJ ha ribadito esplicitamente che l’organizzazione non ha nemmeno abbandonato la propria opposizione agli Accordi di Oslo, firmati tra Israele e l’OLP nel 1993 e nel 1995. La PIJ sembra dunque interessata a partecipare alle elezioni senza modificare l’ideologia che ne ha definito l’identità sin dalla nascita, 45 anni fa.

La sorpresa, tuttavia, non sta nel fatto che Hamas e la PIJ cercano una legittimazione politica. Le organizzazioni terroristiche hanno da tempo compreso che le elezioni e le istituzioni politiche possono essere utilizzate come strumenti per raggiungere obiettivi che non sono riuscite a conseguire attraverso il terrorismo.

La vera sorpresa è Mohammed Dahlan.

Dahlan, ex comandante delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese e alto esponente di Fatah, residente ad Abu Dhabi, è da anni descritto da alcuni esponenti occidentali e arabi come una figura palestinese “pragmatica” e “moderata”. Il suo nome è stato più volte indicato come possibile successore del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e, più recentemente, è emerso nelle discussioni su chi potrebbe avere un ruolo nella futura amministrazione della Striscia di Gaza.

Ora la fazione di Dahlan sta valutando di presentarsi alle elezioni in alleanza con Hamas e la PIJ. Come recita un vecchio adagio: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.”

Chi promuove Dahlan come alternativa moderata ad Abbas dovrebbe chiedersi perché una figura palestinese ritenuta pragmatica sarebbe disposta a stringere un’alleanza elettorale con organizzazioni terroristiche islamiste. Dovrebbe inoltre chiedersi se sia davvero la persona che immagina di contribuire all’amministrazione della Striscia di Gaza.

C’è un altro aspetto preoccupante in questa vicenda: il ruolo dell’Egitto. I colloqui si stanno svolgendo al Cairo sotto l’egida egiziana, nell’ambito degli sforzi volti a promuovere “l’unità nazionale” palestinese. Secondo fonti egiziane, il Cairo starebbe inoltre cercando di organizzare colloqui tra la fazione di Fatah guidata da Abbas e Hamas, con l’obiettivo di raggiungere una “formula condivisa” sulle elezioni, compresa una nuova modalità di partecipazione di Hamas.

Perché mai l’Egitto dovrebbe cercare una formula che faciliti il ritorno di Hamas nella politica palestinese? Non dovrebbero forse l’Egitto e il resto della comunità internazionale chiedere invece ad Hamas e alla Jihad Islamica Palestinese di deporre le armi, smantellare le proprie strutture militari e uscire dalla vita politica palestinese?

Se questa è “l’unità nazionale” palestinese, forse i palestinesi farebbero meglio a farne a meno.

Non dovrebbe esserci alcun ruolo politico per i responsabili del massacro del 7 ottobre. Non dovrebbe esserci alcuna ricompensa politica per le organizzazioni che hanno portato morte e distruzione sia agli israeliani sia ai palestinesi. Non dovrebbe esserci spazio in Parlamento né riabilitazione politica per i gruppi terroristici sostenuti dall’Iran.

Il rischio è che l’alleanza proposta possa ottenere alle prossime elezioni un risultato tale da diventare la forza dominante nel Consiglio Legislativo Palestinese.

L’analista politico palestinese Hilal Nassar, scrivendo a proposito dell’alleanza emergente, ha rilevato che questa potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto più ampio di un semplice accordo elettorale temporaneo. Ha delineato l’ipotesi di un possibile blocco che riunisca forze islamiste, di Sinistra, nazionaliste e indipendenti, in grado di modificare l’attuale establishment politico palestinese e,........

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