La terzietà dei giudici nelle democrazie e la trasversalità dei Sì |
Certe riforme hanno un destino curioso: sembrano tecniche, quasi notarili, e poi si rivelano politiche nel senso più alto del termine. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri appartiene a questa categoria. A prima vista si tratta di una questione per addetti ai lavori, materia da convegni giuridici e da manuali di procedura penale. Ma basta osservare il dibattito che accompagna il referendum sulla giustizia per capire che la posta in gioco è molto più ampia: riguarda il modo stesso in cui una democrazia concepisce la giustizia e il rapporto tra potere giudiziario e libertà dei cittadini.
Il punto, nella sua formulazione più semplice, è questo: chi accusa e chi giudica devono appartenere alla stessa carriera oppure no?
Attorno a questa domanda, che potrebbe sembrare puramente tecnica, si sono sviluppate negli anni due diverse tradizioni culturali e giuridiche. Da un lato vi è quella che vede nell’unità dell’ordine giudiziario la principale garanzia dell’indipendenza dei magistrati. Secondo questa impostazione mantenere giudici e pubblici ministeri all’interno dello stesso corpo istituzionale rafforza l’autonomia della magistratura rispetto alla politica e protegge il potere giudiziario da possibili interferenze esterne.
Dall’altro lato vi è una tradizione diversa, che affonda le sue radici nel pensiero liberal-costituzionale e nel modello del processo accusatorio. Secondo questa prospettiva la distinzione delle funzioni tra chi accusa e chi giudica rappresenta una condizione essenziale per rendere effettiva la terzietà del giudice e per rafforzare l’equilibrio tra accusa e difesa.
Se si osservano le adesioni pubbliche alla separazione delle carriere emerge un dato significativo. Il fronte favorevole alla riforma appare sostenuto da una pluralità di figure autorevoli provenienti da tradizioni culturali e politiche molto diverse tra loro. Accanto ai rappresentanti del centrodestra di governo si trovano costituzionalisti, giuristi e personalità difficilmente riconducibili alla stessa area politica.
Tra queste figura Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale e costituzionalista di formazione legata alla tradizione della sinistra riformista. In diverse interviste Barbera ha sostenuto che la riforma deve essere valutata sul piano istituzionale e non politico. Il problema, osserva, è che nel sistema attuale giudici e pubblici ministeri condividono non solo la stessa carriera ma anche gli stessi organi di autogoverno. “Oggi giudici e Pm sono insieme nel Csm e insieme si giudicano”, ha spiegato, suggerendo che la creazione di due cCnsigli superiori distinti potrebbe rendere più trasparente l’equilibrio delle funzioni.
Su una linea analoga si colloca Sabino Cassese, anch’egli giudice emerito della Corte costituzionale e una delle figure più autorevoli del diritto pubblico italiano. Cassese ha difeso la separazione delle carriere ricorrendo a una metafora efficace: pretendere che giudici e pubblici ministeri appartengano alla stessa carriera è come chiedere che chirurgo e anestesista svolgano lo stesso mestiere. Operano nello stesso sistema, ma svolgono funzioni........