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Il Capitalcomunismo

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21.07.2020

C’è qualcosa di preoccupante che si sta insinuando dietro la pandemia, con le leggi liberticide che stanno minacciando la democrazia, qualcosa che se ne serve per affermarsi più rapidamente, ma che già da anni preesisteva e cercava di imporsi in molti modi, con l’appiattimento dei gusti e la globalizzazione delle produzioni, con la proliferazione dei regolamenti e le limitazioni alla proprietà, l’omologazione dell’informazione e la crisi delle indipendenze nazionali. Un qualcosa di ancora non ben definito, ma che sembra aver bisogno dei grandi numeri e dell’annullamento delle differenze per poter funzionare, della trasformazione delle persone, da cittadini orgogliosi e indipendenti, in consumatori storditi e massificati. E standardizzati. Nell’Europa continentale dopo la Grande guerra e in tutto il mondo, dopo la Seconda, si è cominciato con gli stili di vita più esteriori, o imposti brutalmente come la giubba militare cinese o “prescritti” da una moda pervasiva come i jeans, ma si è progressivamente poi arrivati a tutti i beni di largo consumo, come le automobili, tutte ormai simili perché disegnate da computer in base all’aerodinamica, o ancora fino all’eccitazione indotta per l’acquisto di beni inutili e costosi. Si è provato a camuffare un po’ l’uniformizzazione, con le camicette che ammettono inessenziali ma appariscenti variazioni e le automobili che presentano nuovi colori elettrici, però sotto l’apparenza di una confusa babele, (così indifferenziata e parcellizzata da risultare amorfa) la sostanza industriale è divenuta sempre più la stessa.

Naturalmente resistevano e resistono i pezzi unici, fatti a mano, in ogni campo, ma per pochi, per pochissimi, la piccola e media borghesia è stata privata dei suoi simboli, dei suoi segni distintivi, dei suoi stili di vita. E oggi, con il mortificante obbligo delle mascherine, abbiamo perso anche la faccia. La proprietà poi è stata sempre più vanificata. Planimetrie, schedature,........

© L'Opinione delle Libertà


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