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L’agente di reparto nelle carceri italiane

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03.03.2026

Tra denunce di violenze, aggressioni, tensioni quotidiane e i non pochi suicidi che coinvolgono detenuti e appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria, la domanda se esiste ancora l’agente di reparto nelle carceri italiane non è retorica. È una domanda strutturale. Perché tocca il punto più esposto e insieme più identitario dell’istituzione penitenziaria: l’agente di reparto. Eppure, il Corpo possiede un simbolo che ne definisce con chiarezza la missione.                                        

Con decreto del 31 maggio 1999 è stato adottato lo stemma araldico moderno: scudo con tre fiamme azzurre, fascia rossa, corona turrita, fronde d’alloro e di quercia e il motto latino Despondere spem munus nostrum, (“garantire la speranza è il nostro compito”). Non è un dettaglio ornamentale. È una dichiarazione di identità: sicurezza e rieducazione come funzioni inseparabili, onore e responsabilità come fondamento del servizio.

Se questo motto è ancora valido, e non vi è ragione per ritenere il contrario, allora non può non riflettersi su come viene considerato l’agente di reparto. Perché è lì, nella sezione, che la speranza smette di essere formula araldica e diventa pratica quotidiana. È nel lavoro di prossimità che si tiene insieme l’ordine con la dignità, la disciplina con l’ascolto.

Ridurre tutto a una narrazione di fallimento sarebbe fuorviante. Le competenze esistono, la dedizione pure, legate al concetto che non tutto è negatività. Ma queste energie risultano spesso sommerse da un’organizzazione che fatica a riconoscere e valorizzare il livello operativo più delicato. Si amplia il perimetro delle responsabilità, senza una corrispondente ridefinizione di strumenti, organici, tutele. E così si apre uno scarto tra mandato simbolico e realtà operativa.

Il mandato che viene dalla legge 354/75 è chiaro: la pena come percorso........

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