La singolare storia di un partito lasciato in eredità |
Se Forza Italia resta eterodiretta il processo di maturazione per farne una forza liberale compiuta si arresta
Quando scompare un leader che ha segnato un’epoca la politica è costretta a fare i conti con ciò che resta. È una verifica di verità. Perché un capo che è stato per quattro volte presidente del Consiglio e ha guidato il primo partito del Paese lascia inevitabilmente due eredità: una concreta, misurabile, destinata a essere spartita secondo le regole del diritto; e un’altra, più sfuggente e insieme più impegnativa, che riguarda idee, identità, fedeltà. Quest’ultima non si divide. Si interpreta. E, soprattutto, si conquista.
Nel caso di Silvio Berlusconi questa distinzione, che dovrebbe essere naturale, appare invece incrinata. L’uomo che riuscì a creare dal nulla Forza Italia, trasformandola in nove mesi nella prima forza politica del Paese, aveva costruito un partito che coincideva quasi perfettamente con la sua persona. Era il fondatore, il finanziatore, il garante, il simbolo. E proprio per questo, alla sua scomparsa, si è aperta una questione che va ben oltre la successione familiare: chi eredita davvero quel patrimonio politico?
Gli avvenimenti di questi giorni suggeriscono una risposta spiazzante. L’incontro tra Marina e Pier Silvio Berlusconi con Antonio Tajani, accompagnati da Gianni Letta e dall’amministratore delegato del gruppo, non è stato solo un passaggio di cortesia o un confronto tra interlocutori naturali. È stato, nella sua forma e nel luogo scelto – la sede di Mediaset a Cologno Monzese – un atto carico di significato simbolico. Come se il segretario di un partito venisse convocato nella sede dell’azienda di riferimento, più che invitato a un dialogo tra pari. Naturalmente nessuno ignora il peso che la famiglia Berlusconi continua ad avere nella vita di Forza Italia. Il sostegno finanziario, la continuità di un legame storico, la memoria stessa del fondatore rendono inevitabile una loro influenza. Ma un conto è l’influenza, un altro è la sovrapposizione. E il rischio, oggi, è proprio questo: che il partito non riesca a emanciparsi da quella condizione originaria che lo ha reso forte e insieme fragile, cioè l’identificazione con un’unica volontà.
Non è un caso che la critica più netta sia arrivata da chi quella stagione l’ha vissuta dall’interno. Paolo Del Debbio, che prima di diventare un conduttore televisivo fu l’estensore del primo progetto politico berlusconiano, ha colto il punto con una franchezza inconsueta: ha sbagliato chi ha convocato e ha sbagliato chi ha accettato la convocazione. Parole che vanno oltre la polemica contingente. Dicono che esiste un problema di autonomia, di dignità, di equilibrio tra poteri che non può essere ignorato. Perché la vera posta in gioco non è soltanto l’indipendenza dell’informazione dalla politica, tema antico e mai risolto nel caso italiano. Oggi come ieri è più importante l’inverso: l’indipendenza della politica da interessi che le sono esterni, anche quando coincidono con la storia stessa del partito. Dopo la morte di Berlusconi si era aperto uno spazio, forse per la prima volta, per tentare una trasformazione. Per fare di Forza Italia una forza liberale compiuta, capace di vivere di vita propria, di costruire una classe dirigente autonoma, di rappresentare un’area moderata senza vincoli personali.
Quello spazio rischia di richiudersi. Se il partito resta eterodiretto, se le decisioni cruciali sembrano maturare altrove, se la leadership politica appare subordinata a un’altra legittimazione, allora il processo di maturazione si arresta. E Forza Italia rimane sospesa in una condizione irrisolta: non più il partito del fondatore, ma neppure qualcosa di diverso.