Adesso le primarie sono diventate l’incubo di Schlein |
La questione non è più soltanto come costruire l’alleanza, ma come sopravviverci politicamente dentro
C’è un momento, nella vita dei leader, in cui la vittoria smette di essere un punto d’arrivo e diventa il luogo più pericoloso in cui sostare. È esattamente qui che si trova oggi Elly Schlein. Dopo tre anni e mezzo passati ad aspettare che Giuseppe Conte accettasse davvero l’idea di un’alleanza strutturale con il Partito democratico – archiviando i suoi esercizi lessicali tra campo largo e campo giusto – la segretaria dem pensava di aver finalmente trovato il terreno comune su cui costruire l’alternativa. La prima sconfitta di Giorgia Meloni al referendum sembrava il sigillo di questo percorso: non ancora una vittoria, ma almeno il segnale che il ciclo politico della destra non è invincibile.
E invece, proprio nel momento in cui la festa sembrava cominciare, è arrivato il contrappunto. Un minuto dopo l’annuncio dei risultati, Conte ha scoperto la carta delle primarie. Un gesto che, in superficie, poteva sembrare il riconoscimento pieno dell’alleanza di centrosinistra. Ma la politica, come spesso accade, vive nei dettagli. Sono bastate due parole per cambiare il senso di un’intera strategia. «Primarie di popolo», ha detto l’ex premier. Due parole che, nella grammatica dei rapporti tra Pd e Cinquestelle, suonano come una linea di confine. Non i gazebo, non il rito fisico e identitario con cui Schlein ha conquistato la leadership del suo partito, ma il voto online, disintermediato, affidato a una piattaforma. Non una differenza tecnica, ma una diversa idea di politica: da una parte il partito come comunità organizzata, dall’altra la rete come luogo della decisione. Poi sono arrivati i numeri dei sondaggi.
Cifre apparentemente fredde, ma capaci di cambiare il clima. Quel 42,6 per cento attribuito a Conte in un’ipotetica sfida interna non è soltanto una proiezione elettorale: è un messaggio politico. Ancora più destabilizzante perché accanto a quel dato non compare il nome di Schlein, ma quello di Silvia Salis, figura che neppure è in campo e che pure supera nelle preferenze degli elettori del “campo largo” la segretaria del Pd. È qui che la vicenda assume un significato più profondo. Perché quei numeri raccontano qualcosa che va oltre la competizione tra leader: raccontano una fragilità interna, una disponibilità del corpo elettorale e persino del gruppo dirigente democratico a guardare altrove. Da una parte verso Conte, che Nicola Zingaretti aveva definito «un punto fortissimo di riferimento», dall’altra verso una figura civica capace di incarnare un’idea di rinnovamento senza appartenenze rigide. E questa è una tentazione che attraversa il centrosinistra da anni, e che ogni volta riemerge quando i partiti faticano a riconoscersi in un equilibrio condiviso. Per Schlein, dunque, la questione non è più soltanto come costruire l’alleanza, ma come sopravvivere politicamente dentro quell’alleanza. Il calendario che ha davanti non è fatto di scadenze elettorali, ma di passaggi strategici obbligati. Evitare primarie immediate che oggi la vedrebbero sconfitta. Ricostruire un consenso interno che appare incrinato. E soprattutto gestire il rapporto con Conte, tenendolo in tensione senza spezzarlo, perché una rottura a un anno dalle elezioni politiche sarebbe un lusso che il centrosinistra non può permettersi. A meno di accettare l’invito rivoltole da Paolo Mieli: ritirarsi dalla gara e lasciare al leader dei cinquestelle il ruolo di candidato premier. È il paradosso delle coalizioni incompiute: si nasce per unire e ci si scopre divisi nel momento in cui l’unità diventa possibile. E in questo spazio incerto, tra ambizione e diffidenza, tra leadership e rappresentanza, si gioca una partita decisiva.