Sul funzionamento della giustizia si deve intervenire

La qualità democratica si misura nell’architettura dei poteri e nella concreta tutela dei diritti

Archiviato il capitolo del voto referendario sulla giustizia, resta aperto – e tutt’altro che risolto – quello delle riforme necessarie: una consultazione può chiudersi in una data sul calendario, ma le criticità strutturali del sistema non si esauriscono con un risultato elettorale. Il rischio che non viene proclamato apertamente, ma che merita di essere considerato con lucidità, è che la scelta referendaria diventi un punto di arrivo, anziché un punto di partenza. Che la scelta degli italiani venga letta – da una parte o dall’altra – come una legittimazione sufficiente a chiudere il capitolo delle riforme, o al contrario come la prova che nulla debba essere toccato. Questo sarebbe un gravissimo errore: la giustizia italiana continua ad avere bisogno di interventi profondi, concreti e urgenti, che prescindono dal risultato di una singola contesa politica. Organici insufficienti, tempi irragionevoli, carichi di lavoro squilibrati, digitalizzazioni incomplete o mal integrate: sono criticità che non si sciolgono con un voto né si neutralizzano con una vittoria simbolica.

Il problema è che, mentre discutiamo di architetture costituzionali, la giustizia reale scivola lentamente lontano dal modello che proclama di incarnare. Il processo, nato per vivere di oralità e contraddittorio, sta progressivamente perdendo quella centralità dell’aula che ne rappresentava l’essenza. La stagione emergenziale ha lasciato in eredità prassi che dovevano essere temporanee e che oggi sembrano strutturali: piattaforme macchinose, passaggi formali che si moltiplicano, uffici costretti a fare i conti con organici insufficienti e competenze amministrative tirate al limite. I fascicoli si accumulano, le indagini si allungano, le risposte arrivano quando il tempo della giustizia ha già perso il passo con quello della vita delle persone. E così il divario tra la legge scritta e quella praticata si fa ogni giorno più evidente: non per mancanza di principi, ma per carenza di struttura. È qui che si misura la credibilità del sistema, non nei proclami, ma nella capacità concreta di rendere effettivi i diritti.

La questione che la campagna referendaria ha lasciato aperta è ampia e tutt’altro che tecnica. Da un lato abbiamo l’idea di autonomia e indipendenza del potere giudiziario rispetto al legislativo e all’esecutivo, la concezione dell’equilibrio tra i poteri, il modo in cui si invoca la Costituzione: talvolta come testo intangibile, talvolta come carta suscettibile di revisione, a seconda delle convenienze del momento. Tuttavia, anche questa discussione rischia di restare incompiuta se non si tiene fermo un punto essenziale: qualunque sia l’evoluzione degli equilibri istituzionali, la giustizia continuerà a essere giudicata per la sua capacità di funzionare. La qualità democratica di un ordinamento non si misura soltanto nell’architettura dei poteri, ma nella concreta tutela dei diritti. Il giorno dopo il referendum, dunque, la politica sarà chiamata a dimostrare che il confronto non è stato un esercizio identitario. Se prevarrà la tentazione di considerarlo risolutivo – in un senso o nell’altro – si rischierà di rinviare ancora una volta le riforme strutturali che attendono da anni. Se invece si saprà distinguere tra il piano simbolico e quello operativo, allora la consultazione potrà rappresentare l’inizio di una stagione di riforme urgenti, che restituiscano ai cittadini un sistema efficiente, equilibrato e realmente capace di rendere giustizia.


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