I grandi del mondo ricordano eroi pazzi e malvagi |
Da Trump a Orbán, i leader mondiali parlano sempre più come personaggi dei fumetti
Per capire il motivo per cui i leader mondiali si esprimono come i personaggi dei fumetti, bisogna rivolgersi ai fumetti medesimi, e al più geniale fra gli autori, l’Alan Moore di Watchmen, V per vendetta e molto altro. In uno dei suoi racconti, “Cosa ci è dato sapere su Thunderman”, Moore prende Worsley, un fumettista famosissimo, ex nerd, ora caporedattore di una multinazionale, e lo mette davanti alla televisione che trasmette l’assalto a Capitol Hill nel 2021. Per Worsley è una folgorazione, e capisce che nell’anno della prima elezione di Trump, nel 2016, «sei tra i dieci film più amati dal pubblico erano stati sui supereroi, e forse la gente voleva un mondo più semplice, più comprensibile. Volevano grandi nemici e drammatici colpi di scena, a prescindere dal fatto che la loro verosimiglianza fosse forzata, e volevano un personaggio tanto improbabile quanto memorabile che offrisse loro soluzioni facili e al limite del credibile, proprio come le minacce immaginarie che dovevano arginare».
Il problema, ovviamente, non è nei fumetti, ma nei potenti della terra che credono di essere supereroi e si pongono come tali. A cosa pensava Viktor Orbán alla vigilia delle elezioni ungheresi quando proclamava: «Sono più forte dell’inferno»? Ma è chiaro: alla serie a fumetti “Godzilla in Hell” di Stokoe e Eggleton, dove il lucertolone, precipitato agli inferi, fa un’affermazione molto simile. E perché le testate giornalistiche hanno usato il termine “guardiani della pace” per commentare l’incontro fra J.D.Vance e il caponegoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf? Questa è facile: ai Guardiani della Galassia della Marvel, poi fortunata serie di film che debbono piacere molto al presidente Trump, dal momento che parla come il perfido Alto Evoluzionario («Come ho fatto molte volte in passato dovrò distruggere tutto e riiniziare», «Ciò che ho fatto serviva a migliorare l'universo»: in cosa sono diverse da «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita»?).
E perché Israele ha chiamato Oscurità eterna il violentissimo attacco al Libano? Perché qualcuno dei titolisti giocava con Eternal Darkness, un videogioco che girava su Nintendo negli anni Zero (dove però almeno esisteva una specie di indice di sanità mentale).Il mondo del fumetto, e dei film che ai fumetti si ispirano, ricambia (fortunatamente): nella quinta stagione di The Boys, serie televisiva tratta dai fumetti di Ennis e Robertson, il supereroe pazzo e malvagio che ne è protagonista, Homelander, somiglia sempre più a Trump, manda i dissidenti nei campi di lavoro anche per aver messo un like sui post dei suoi avversari, ha abolito il Dei (Diversità, equità e inclusione), vuole proibire i meme che lo mettono in ridicolo e i suoi fan indossano anche lo stesso cappellino rosso dei devoti Maga. Per fortuna la resistenza, sia pure sgangherata, c’è.
E c’è anche nella cosa preziosa di oggi, “Disarmare il discorso” di Federico Faloppa, che esce per effequ, dove si dimostra che i conflitti cominciano nell’uso delle parole, che da troppo tempo vengono impiegate come armi: da chi la guerra la fa oggi e da chi l’ha fatta ieri, perché, come ci ricorda Faloppa, la lingua, nel Terzo Reich, era un modello mentale imposto, uno strumento potentissimo di azzeramento del senso critico. Dunque, immaginare la pace parte da quello che diciamo e scriviamo ogni giorno: perché nessun ministro dica più, come è avvenuto, «lo skyline di Gaza sta cambiando». E non era un fumetto.