La rabbia di Trump ha un costo che grava su di noi

La guerra ha prodotto distruzione sul campo e instabilità politicaed economica globale

Qualche settimana fa, in copertina, titolavamo «Guerra, chi paga il conto?», con una ricevuta firmata da Donald Trump che elencava nero su bianco: aumento benzina, inflazione, recessione, disoccupazione. Immaginavamo, a ragione, che le conseguenze economiche per i cittadini sarebbero state gravi. E infatti si era cominciato a parlare di ripercussioni sul trasporto aereo con i primi bollettini che segnalavano carenza di jet fuel e con i prezzi dei carburanti in forte aumento. Si era anche tornati  a parlare il linguaggio delle emergenze: un grado in meno nei condizionatori, un’ora in meno di utilizzo, smart working incentivato, perfino il ritorno delle targhe alterne. Misure di un passato remoto che pensavamo archiviate. Erano le conseguenze della guerra  scatenata dall'offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l'Iran.

Mentre scriviamo questo rischio sembra al momento scongiurato, o almeno rinviato, e una nuova alba di speranza è spuntata su tutto il Golfo Persico. Le armi tacciono e la  guerra dei 40 giorni, per ora, sembra finita. Un cessate il fuoco è in vigore dopo l’accordo preliminare raggiunto fra Iran e Stati Uniti con la mediazione del Pakistan. Si apre ora un negoziato particolarmente difficile che dovrebbe portare a un piano di pace complessivo. Trump parla di vittoria per la riapertura dello stretto di Hormuz, gli iraniani definiscono quella degli Stati Uniti una ritirata umiliante e riempiono festanti le piazze di Teheran. L’Iran ha chiesto anche la garanzia di non venire più attaccata in futuro, la cancellazione delle sanzioni economiche che da decenni strangolano l’economia del Paese e la fine di tutti i combattimenti regionali contro i suoi alleati. È molto difficile che tutti questi punti vengano accettati dagli Stati Uniti, anche perché, se così fosse, per l’America sarebbe una sconfitta totale. Bisognerà poi vedere se la tregua annunciata e la riapertura dello stretto di Hormuz saranno sufficienti a cancellare aumenti e disagi.

Ma il cuore del problema resta altrove, a Washington. La gestione del conflitto in queste settimane da parte di Donald Trump solleva interrogativi sempre più profondi. Non solo per gli esiti militari, ma per la tenuta della sua leadership. Le analisi di Ian Bremmer, fondatore di Eurasia Group, parlano di un presidente guidato dalla rabbia più che dalla strategia, incapace di distinguere tra interesse personale e nazionale. E i numeri sembrano confermarlo: consenso in calo, fiducia erosa persino tra i suoi elettori più fedeli. È qui che questa guerra, scatenata da Trump e Netanyahu violando qualsiasi regola del diritto internazionale, ha mostrato il suo volto più insidioso: non solo distruzione sul campo, ma instabilità politica ed economica globale. Trump immaginava una vittoria rapida, una dimostrazione di forza risolutiva. Si trova invece di fronte a una trattativa complicata che inevitabilmente porterà a delle concessioni e presenterà comunque un conto salato da pagare. E quel conto, come avevamo previsto, difficilmente resterà confinato nei palazzi del potere. È già arrivato nelle tasche dei cittadini europei, e quindi anche degli italiani:  biglietti aerei e carburanti più cari, bollette più pesanti e più in generale costo della vita quotidiana destinato inesorabilmente a salire.

Le avvisaglie già ci sono. La domanda che avevamo posto resta aperte e la risposta comincia a delinearsi con chiarezza: il conto di una guerra lo pagano i cittadini. Sempre.


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