La guerra costa ma abbiamo visto di peggio |
Calano le quote azionarie, aumenta il prezzo degli idrocarburi. Lo shock c’è stato, ma non è inedito
A oltre quattro settimane dall’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran, e dalla conseguente chiusura dello stretto di Hormuz, facciamo il punto sugli effetti osservati sull’economia mondiale e su quello che ci si può aspettare d’ora in avanti. Tre cose sono già accadute.
Primo, il prezzo degli idrocarburi è aumentato in tutto il mondo. Al momento della scrittura di questo pezzo, il petrolio è salito del 50 per cento, il gas naturale dell’80 per cento. Sono aumenti molto forti, anche se i livelli di prezzo raggiunto restano bassi rispetto ai picchi del passato. Il petrolio sta intorno ai 110 dollari al barile, come già nel 2012. Nel 2008, poco prima della crisi economica globale (vedi Lehman Brothers), arrivò a 150 dollari, che, tenendo conto dell’inflazione, sarebbero oggi equivalenti a 220 dollari. E il gas, ora a 60 euro al MWh sta molto sotto il picco del 2022 (320 euro). L’aumento del petrolio si è riversato immediatamente sul prezzo della benzina alla pompa. Al netto delle imposte l’aumento è stato di circa 20-25 centesimi al litro per la benzina, tanto in Europa, quanto negli Usa (più forti gli aumenti per il gasolio), segno che il mercato funziona in modo simile da un lato e dall’altro dell’Atlantico.
Secondo, le quotazioni azionarie sono calate, meno negli Stati Uniti (5-6 per cento) che in Europa. A Milano il calo è stato del 9 per cento, anche se la volatilità resta alta (e magari al momento della lettura di questo pezzo le quotazioni potrebbero essere già cambiate di parecchio). Anche in questo caso si tratta di forti variazioni percentuali, ma inferiori a quelle osservate, per esempio, nel primo mese della crisi globale del 2008 (quando la borsa di New York perse il 25 per cento). Insomma, per ora non c’è stato un tracollo.
Terzo, i tassi di interesse a lungo termine sono aumentati, in Germania (per i Bund a 10 anni) di 40 punti base, in Italia (per i Btp della stessa scadenza) di quasi 30 punti base (un aumento tra i più elevati in Europa), segno che, nonostante i progressi compiuti negli ultimi due anni, siamo ancora visti come più sensibili a shock economici, soprattutto nel caso di uno scossone al prezzo degli idrocarburi da cui dipendiamo ancora più degli altri. Si tratta di aumenti forti, ma, anche in questo caso, inferiori a quelli verificatisi in altre fasi di tensioni dei mercati. Cosa sta accadendo all’economia reale? Non abbiamo ancora dati effettivi, ma si può stimare che, se i prezzi degli idrocarburi resteranno a questo livello, il Pil dei Paesi importatori (come l’Italia) subirà una perdita di circa l’un per cento. Per un Paese come l’Italia che cresce poco, questo sarebbe sufficiente a causare una recessione, anche se modesta (diciamo un -0,3 per cento), certo non confrontabile con lo shock Covid (-9 per cento nel 2020). L’inflazione che viaggiava all’1,5 per cento prima della guerra, potrebbe arrivare al 3, alta, ma più bassa di quella del 2022 (arrivammo al 10 a fine anno).
Tutto sommato, il colpo è stato pesante, ma inferiore a quello di crisi passate, come quella del Covid nel 2020, della crisi del debito europeo del 2011-12 e della crisi globale del 2008. Per ora. Se Hormuz restasse però chiuso più a lungo, le cose peggiorerebbero. C’è chi parla di un petrolio a 200 dollari, cosa non impossibile (come abbiamo visto, al netto dell’inflazione, si era arrivati a livelli simili in passato). Gli effetti su Pil e inflazione sarebbero allora ben più rilevanti.