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La trattativa in Afghanistan arriva con 17 anni di ritardo

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30.01.2019

Il 28 gennaio gli Stati Uniti e i taliban, dopo sei giorni di colloqui a Doha, in Qatar, hanno annunciato di aver concordato le linee generali di un possibile accordo che metterebbe fine a 17 anni di guerra in Afghanistan. In realtà i taliban per ora si sono impegnati genericamente a “fare il necessario perché il paese non diventi una piattaforma per il terrorismo internazionale”, senza però accettare le condizioni poste da Washington per procedere con i colloqui: tra queste, un cessate il fuoco prima del ritiro delle truppe americane e l’inizio di colloqui con il governo di Kabul, che i taliban considerano un fantoccio guidato dagli Stati Uniti e con cui si sono sempre rifiutati di parlare. L’innegabile progresso nelle trattative, quindi, non garantisce che un accordo sia vicino. Ma la fretta dell’amministrazione Trump di ritirare le truppe rischia di portare verso un accordo al ribasso a favore dei taliban e di lasciare l’Afghanistan di nuovo nelle loro mani.

“I taliban si sono impegnati, con nostra soddisfazione, a rispettare quanto necessario per evitare che l’Afghanistan possa diventare una piattaforma per terroristi o gruppi terroristici internazionali”, ha dichiarato Zalmay Khalizad, il funzionario statunitense incaricato delle trattative di pace in Afghanistan, il 29 gennaio scorso. Ma allora perché gli Stati Uniti non hanno discusso la stessa questione con i taliban 17 anni fa, nell’ottobre 2001?

Il rappresentante degli Stati Uniti ha appena trascorso sei giorni a negoziare con i talebani in Qatar, e ha ottenuto da loro la promessa che non permetteranno mai a formazioni terroristiche come Al Qaeda o il gruppo Stato islamico (Is) di usare l’Afghanistan come base per le loro attività. I taliban sono islamisti e nazionalisti (nonostante l’incompatibilità di questi due........

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