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La crisi venezuelana procede al rallentatore

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07.03.2019

Juan Guaidó è tornato in Venezuela il 4 marzo, dopo aver trascorso quasi due settimane a fare il giro delle capitali d’America Latina che riconoscono la sua rivendicazione di essere il “presidente ad interim” del paese. Per farlo ha sfidato il divieto governativo di lasciare il paese, e dovrebbe quindi essere arrestato da un momento all’altro. O forse no.

Nonostante tutta la feroce retorica, tanto dal campo di Guaidó quanto da quello del regime “eletto” di Nicolás Maduro, le loro azioni rivelano una curiosa mancanza d’urgenza.

Maduro non ha ancora arrestato Guaidó, anche se in passato ha incarcerato altri dirigenti dell’opposizione per crimini molto meno gravi dell’autodichiararsi presidente. E Guaidó non ha ancora nominato un “vicepresidente ad interim” che prenderebbe il suo posto se dovesse essere incarcerato, il che suggerisce che neanche lui pensa davvero che sarà arrestato.

Riluttanza comprensibile
Data la frammentaria natura dell’opposizione venezuelana – dove quattro grandi partiti hanno un fragile accordo di condivisione del potere chiamato Tavolo dell’unità democratica (Mud) – la riluttanza di Guaidó nello scegliere un vicepresidente proveniente dai suoi ranghi è comprensibile. È diventato presidente dell’assemblea nazionale nel 2018 solo perché era il “turno” del suo partito, Volontà popolare.

Non può scegliere il suo potenziale sostituto neanche all’interno di Volontà popolare,........

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