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Via dall’inferno di Kabul, ma sotto ricatto: i racconti dei rifugiati in Toscana

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01.09.2021

Negli alberghi sanitari che ospitano i rifugiati dell’Afghanistan ci sono suoni diversi rispetto alla settimana scorsa. Si inizia a sentire qualche risata. Sono bambini che fanno presto ad adattarsi. E a mettere in un angolo l’orrore. Gli adulti no. Gli adulti sono marchiati, da quello che hanno visto. E da quello che si aspettano: hanno fratelli, cugini, genitori sempre intrappolati a Kabul. Temono ritorsioni dei talebani. E ritorsioni è sinonimo di esecuzioni sommarie per chi ha lavorato per la Nato. Ce lo raccontano due sopravvissuti che accettano di parlare con Il Tirreno, a condizione di non renderli riconoscibili. Devono restare invisibili per garantire una possibilità di sopravvivenza ai loro familiari. Li incontriamo dove la Regione li ha accolti. L’assessora regionale alla protezione civile, Monia Monni, ha subito attivato la rete dell’accoglienza. E ha sollecitato il governo a emanare un decreto per riconoscerli come rifugiati politici, stato che nella sostanza hanno già. Ma non nella forma. E stavolta è quella che conta.

Medico di 38 anni: «Siamo stati tirati su dalle acque putride per poter fuggire»

Sua figlia, di tre mesi, è salva. È in Toscana, a Montecatini, con gli altri tre bambini e la moglie. La sua nipotina di due mesi, figlia di suo fratello, no. È ancora in Afghanistan. «Mio fratello non ce l’ha fatta a fuggire. Neppure mio padre. Li sento tutti i giorni. Loro mi rassicurano. Mi dicono che stanno bene, ma io sono la persona che una settimana fa era là, a Kabul: so che cosa succede». Hassan è un nome fittizio. Lo abbiamo scelto per proteggere questo medico ospedaliero di 38 anni, da qualche giorno rifugiato in Toscana. Ma «nella mia testa, in ogni momento, passano le stesse immagini: i talebani che picchiano la gente che cerca di uscire dal Paese».

In poche ore Hassan ha vissuto l’Afghanistan peggiore. Il primo giorno nel quale ha tentato di raggiungere l’aeroporto ha visto morire sei bambini schiacciati dalla folla disperata in corsa verso gli aerei in partenza da Kabul. «Ho visto i talebani picchiare le donne, gli anziani, i bimbi con bastoni, tubi e con i calci dei fucili. Non cercavano di fuggire solo quelli che, come me, hanno lavorato con gli stranieri, ma anche donne e giovani consapevoli di non avere futuro con i talebani».

Da subito – racconta Hassan – i talebani spargono terrore. Chiudono l’accesso principale all’aeroporto, creano posti di........

© Il Tirreno


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