Dell'Agnello racconta il suo Oscar: il motto della “Mao Santa”, la partita del secolo Caserta-Real, le polemcihe e l’ultimo abbraccio: «L’Italia era la sua Nba» |
Dell'Agnello racconta il suo Oscar: il motto della “Mao Santa”, la partita del secolo Caserta-Real, le polemcihe e l’ultimo abbraccio: «L’Italia era la sua Nba»
Sandrokan e O’Rey, scomaprso a 68 anni hanno giocato insieme tra il 1984 e il 1990. Il ricordo dell’allenatore di Rimini: «Il più grande tiratore visto in Europa. Anche oggi farebbe 30. Un difetto? Quando spiegavano la difesa era assente...»
«Quando nello spogliatoio discutevamo con Oscar perché magari aveva tirato un po’ troppo, lui ripeteva una teoria che nel tempo ho rivalutato: “Io – diceva – sono un tiratore. Se faccio cinque su cinque da tre, è giusto che prenda anche il sesto tiro. Se invece faccio zero su cinque, il tiro successivo lo prendo perché con le mie percentuali è probabile che faccia canestro». Sandro Dell’Agnello, in arte Sandrokan, giocatore infinito, capace di stoppare Moses Malone e Michael Jordan, oggi, da allenatore, sogna di riportare Rimini in A1. Ma se chiude gli occhi e guarda indietro, torna sempre uno scugnizzo, figlio della Caserta dei miracoli. Quella che si è presa l’eternità dei canestri grazie a Gentile, Esposito, lo stesso Dell’Agnello e alla “Mao Santa”, all’anagrafe Oscar Daniel Bezerra Schmidt, il più grande realizzatore della storia della pallacanestro, uscito dal campo tra lacrime e applausi a 68 anni , stoppato solo dalla malattia. Dell’Agnello come ha saputo della scomparsa di Oscar? «Venerdì con Rimini giocavamo a Cividale, finita la partita me l’hanno detto i giornalisti. È stata una doccia fredda. Sono sincero: non me lo aspettavo. Sapevo che era malato, ma sembrava essersi ripreso». La prima cosa che le è venuta in mente ripensando a Oscar? «Più dell’aspetto cestistico, la dolcezza della persona: sensibile, dolce, carino. Al di là del campo di pallacanestro era molto spesso sorridente, gioioso. Una persona positiva». Vi sentivate? «Negli anni ci siamo un po’ persi. Di quella Caserta, sento Nando (Gentile ndr), con lui ho legato di più, anche per via della Nazionale». Eppure con Oscar ne avete passate? «Dal 1984 fino al 1990. Stagioni meravigliose. Insieme, abbiamo vinto una Coppa Italia e sfiorato il successo in Coppa delle Coppe perdendo in finale contro il Real Madrid di Drazen Petrovic. Poi, senza Oscar, abbiamo conquistato lo scudetto, ma anche su quella vittoria c’è la sua impronta». Se dovesse raccontare a un giovane chi era O’Rey? «Intanto mi dispiace per le nuove generazione perché non hanno avuto la possibilità di vederlo in campo. Oscar, è stato, ed è anche oggi, il più grande attaccante che abbia mai giocato Europa. Un segnatore di punti unico. E sono convinto che se fosse andato in Nba avrebbe fatto 30 punti anche lì. Ma quando gli venne chiesto di andare lui rifiutò perché giocare in Nba voleva dire dare l’addio alla nazionale brasiliana». Lei che lo ha visto da vicino, ci svela il segreto di Oscar? «Semplice: faceva tutto benissimo. Di solito un attaccante è eccellente in una cosa, due, quelli eccezionali tre. Lui era diverso. Aveva il tiro, il palleggio arresto e tiro di destro e di sinistro, ma sapeva andare anche spalle a canestro e segnare in gancio, sia di destro che di sinistro. Poi non ci scordiamo che era più di due metri con una meccanica di tiro strana, che partiva da sopra la testa, difficile da stoppare. Ed era un buon atleta». Infatti gli avversari lo facevano marcare dal miglior difensore e spesso lo raddoppiavano. «E nonostante questo non scendeva mai sotto i trenta punti a partita e anche forzando tirava con oltre il 40% da tre. I difensori impazzivano: se gli lasciavi spazio tirava e segnava, se lo aggredivi ti batteva e andava a fare canestro». Oscar in una intervista a Paola Ellisse raccontava che ogni giorno faceva 500 tiri e non andava via se non realizzava 20 canestri di fila da tre. Poi continuava fino a che no sbagliava. Una volta è arrivato a 90. «Questo non lo so dire. Ma spesso si fermava a tirare. Io ne sono testimone. Non ricordo quanti tiri facesse, ma ricordo che era ripetitivo nel suo modo di concepire l’allenamento e forse non poteva essere che così». Oscar a Caserta, Maradona a Napoli. A fine anni Ottanta a meno di 30 chilometri di distanza giocavano il Picasso del calcio e il Gilberto Gil dei canestri. A raccontarlo sembra uno scherzo. «Invece è tutto vero. Ricordo Maradona al palazzetto a vederci, a fine partita veniva negli spogliatoi. Non dico che tra noi ci fosse un rapporto di amicizia, ma tra loro due si percepiva un feeling particolare». Tra le storie indimenticabili c’è la finale di Coppa delle Coppe del 1989, la partita del secolo: Caserta perse con il Real Madrid dopo un supplementare: Oscar segnò 44 punti, Petrovic 62. «Feci 20 punti anche io ma nessuno lo ricorda (sorride ndr). A parte le battute fu una partita indimenticabile. La piccola Caserta contro il grande Real. Ma noi mica pensavamo chi avevamo davanti: volevamo vincere e se ci fossimo riusciti non avremmo rubato nulla. Infatti più della partita ricordo l’amarezza nello spogliatoio dopo la sconfitta». Oscar, lo ha detto tante volte, non ha mai digerito l’addio a Caserta nel 1990, l’anno prima dello scudetto. Lei come l’ha vissuta? «È stata fatta una valutazione. Se Caserta è arrivata ai vertici è grazie a Oscar. È attorno a lui che io, Gentile, Esposito eravamo cresciuti. Reclamavamo più responsabilità. La società allora decise di puntellare la squadra sotto canestro (arrivò Shackleford ndr)». Il finale della docuserie “Scugnizzi per sempre” che racconta l’epopea del basket casertano, c’è la squadra campione d’Italia al palasport. Entra Oscar e tra di voi c’è un po’ di imbarazzo. Avete risolto? «Venne fuori questa polemica quando Oscar finì la sua avventura. Negli anni successivi sono nati equivoci. Per 30 anni non ci siamo più visti. Ritrovarsi fece scattare la scintilla dei compagni di squadra. Ci salutammo con affetto». Senta, ci dice un difetto di Oscar? «Diciamo che quando a scuola spiegavano la difesa lui era assente. Però in campo ci provava. Ma Oscar era un attaccante. Il più grande che abbia mai visto. E anche oggi farebbe 30 a partita».
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