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Tutti la vogliono, nessuno la applica: così (non) funziona la Web Tax nell’Ue

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10.10.2019

La web tax annunciata dal governo italiano a partire dal primo gennaio 2020 non è una novità assoluta nel contesto europeo. E’ un’imposta che alcuni Paesi hanno annunciato o già approvato e che serve per far pagare le tasse ai big della tecnologia che hanno la sede legale in un determinato Paese (di solito scelto per i suoi vantaggi fiscali) e che producono in tutto il resto dell’Ue.

Mercoledì anche l’Ocse si è pronunciato sull’argomento chiedendo agli Stati di allineare la giurisdizione e non concedere più scorciatoie fiscali a queste grandi compagnie.

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Il segretario Angel Gurria ha lanciato l’idea di portare il progetto al prossimo G20 di Aichi-Nagoya: «Il mancato raggiungimento di un accordo entro il 2020 – ha detto – aumenterebbe notevolmente il rischio che i paesi agiscano unilateralmente, con conseguenze negative su un'economia globale già fragile».

Quali sono i progetti di web tax già attivi in Europa?

Web tax europea
Se ne parla da tempo ma finora è stato fatto ben poco. E soprattutto gli Stati membri stanno aspettando le mosse della Commissione Europea. La proposta risale al 21 marzo scorso e prevede un’imposta del 3% sul fatturato di giganti del Tech come Google, Facebook e Amazon. Nello specifico, la tassa sarebbe applicata sui ricavi da vendita di spazi pubblicitari (pensiamo a Google), sull’intermediazione tra utenti e imprese (come Uber) o sulla cessione dei dati personali (da Facebook a Google passando per Amazon). La nuova Commissione Europea è favorevole ma il progetto è ancora in stand by perché manca l’unanimità dei Paesi:........

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