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Fratello Bergoglio, camminiamo insieme

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08.11.2020

Fratelli tutti ci appare come l’enciclica delle encicliche, non solo per la sua struttura carica di citazioni, di rimandi a cose dette e autori amati, ad aperture profetiche. È proprio il suo sviluppo a suggerire che il Pontefice raggiunga con la sua ultima enciclica la tappa importante di un lungo cammino, pronto già a riprenderlo verso l’orizzonte così intensamente ricercato, ma avendo segnato un punto fermo.

Quell’orizzonte è quello che consente a ognuno di noi di sentirsi coinvolto in questa ricerca, credente o non credente, vicino o lontano dalla Chiesa e dalla sua dottrina. Lo chiede esplicitamente il Papa rivolgendosi agli uomini di buona volontà. L’apertura del Concilio Vaticano II prende così il carattere forte e irreversibile di un imperativo esistenziale per la Chiesa di Francesco che assume la lezione del Francesco di Assisi a ispirazione del suo presente e futuro cammino. Si rivela anche per questa scelta il peso che il Pontefice attribuisce all’enciclica, a questa tappa di un cammino ininterrotto. Le novità che essa contiene rivelano verità capaci di suscitare scandalo nel tempo presente, perché resistono all’aria del tempo e vi si sottraggono. Papa Francesco si conferma essere, in tutto l’Occidente almeno, l’unico testimone a saperlo fare e a sapere farlo vivere in tanta parte del mondo con la priorità attribuita ai poveri, agli ultimi.

I suoi nemici fuori dalla Chiesa sono insorti; i suoi nemici dentro la Chiesa vorrebbero ammutinarsi. L’accusa, ora esplicita, ora sotterranea, sebbene possa apparire incredibile, è quella di minare le basi stesse della Chiesa cattolica, erigendosi il Papa fuori e contro la tradizione. Se ce ne fosse bisogno, Fratelli tutti smonta in radice l’accusa; la trama e l’ordito dell’enciclica parlano tutte la stessa lingua. Il tessuto che si ricava è fatto dello stesso materiale, che anzi colpisce per la sua unitarietà, pur attraversato com’è dalla ricchezza dei suoi colori, dall’ampiezza dei temi affrontati. Una formula, diventata celebre in tutt’altro campo e in un tempo diverso, mi pare ne possa riassumere l’ispirazione: il rinnovamento nella continuità. Diversamente, però, da quella citata, in questo caso la formula premia il rinnovamento. Il suo partecipato rapporto con la tradizione lo fa non meno ma più potente.

Il Papa dell’enciclica non si difende dall’accusa, non si giustifica, coglie invece nella tormentata e complessa storia della Chiesa, e più in generale in quella del Cristianesimo, i precedenti che danno luce alla ricerca di oggi, a cui conferiscono l’autorevolezza delle fonti, sino a risalire alla fonte originaria, alle parole e alla vita di Gesù. Nell’enciclica trova un posto centrale una parabola, la Parabola del buon samaritano, quella che si propone di rispondere alla domanda: «Chi è il tuo prossimo?».

Non c’è chi non veda che è questa la domanda cruciale del nostro tempo, il tempo dei muri contro chi si vuole straniero, il tempo dello scarto, della spoliazione di umanità, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’alienazione umana, del dominio, ma anche il tempo che ci chiede di ricominciare. «Gesù racconta che c’era un uomo ferito lungo la strada, che era stato assalito… uno si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato… soprattutto gli ha dato una cosa su cui, in questo mondo frettoloso, lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo». Due parole rivoluzionarie, cura e tempo. Il samaritano per l’ebreo è l’escluso, è l’adoratore di idoli, è il portatore di scandalo, ma lui qui è l’unico che soccorre l’aggredito dai briganti. Quel gesto cambia tutto, non ci sono più muri, confini, forestieri,........

© Il Riformista


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