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Con la morte di Giulia Crespi è sparita anche la borghesia…

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26.07.2020

Dopo la morte di Giulia Maria Crespi, a legare la sua storia a quella di una classe sociale e al suo ruolo nella storia del Paese non è stato un saggio politico, né un impegnativo scritto sul peso delle famiglie della grande industria nella nostra storia, bensì un necrologio. Cosa curiosa e insieme un piccolo segno dei tempi. Giovanni e Elena Bazzoli hanno ricordato l’amica scomparsa e le sue doti personali, ma insieme hanno voluto connettere quella storia personale a un protagonista sociale e culturale, la borghesia lombarda. Hanno scritto infatti i Bazzoli: «La sua scomparsa priva l’Italia di una voce autorevole, rappresentativa della grande e illuminata borghesia lombarda, tenacemente impegnata a difendere i valori di un progresso civile e giusto». Che la Crespi abbia teso a perseguire questi ideali si può riconoscere, che questo sia stato l’impegno sia della borghesia nazionale che di quella lombarda non si può proprio dire. In realtà, i problemi sono due, anche ad assumere la scomparsa della Crespi come un passaggio storico del Paese. Il primo riguarda il giudizio sulla borghesia italiana in tutto il Novecento, il secondo se si possa parlare ancora di una borghesia nazionale.

Non è questa la sede di un grande cimento interpretativo sulla storia del Paese e delle sue classi sociali, ma qualcosa si può incominciare a vedere proprio attraverso il rapporto tra una grande famiglia della borghesia industriale lombarda, i Crespi, e il giornale che ha voluto di quella borghesia essere la voce: Il Corriere della sera. I Crespi sono certo un filo che annoda una lunga storia, a partire da quando grandi produttori di cotoniere, fondano, sull’esempio inglese, uno dei primi villaggi operai, quello di Crespi d’Adda, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. In quegli stessi anni nasceva e si afferma Il Corriere della sera. Del rapporto tra la borghesia industriale e agraria e il fascismo parla la storia. Qui possiamo solo ricordare che a licenziare il mitico direttore del Corriere, Luigi Albertini, sull’esplicita richiesta del regime a cui Albertini resisteva, fu Il Corriere della sera di proprietà della famiglia Crespi.

La lunga dipendenza complice con il fascismo si produsse fino alla fine della Seconda guerra........

© Il Riformista


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