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1980, l’autunno gelido della sconfitta operaia

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23.10.2020

Era il 1980. È stato ancora d’autunno, ma giusto il contrario di quello del ’69, l’autunno caldo. È stato proprio il suo rovesciamento. Vale la pena di parlarne non solo per ricordare i vinti giusti, quel popolo dei delegati, dei consigli e dei lunghi picchetti davanti ai cancelli della Fiat che provò ad arrestare l’onda della restaurazione che lì si annunciava con i licenziamenti di massa. Sarebbe peraltro assai interessante indagare con loro come vivono oggi il tempo presente, loro che hanno vissuto la storia delle lotte, delle conquiste, del protagonismo degli operai e della speranza di allora. Vale la pena di tornare a parlare dei 35 giorni alla Fiat perché essi hanno segnato uno spartiacque tra due cicli sociali, politici e culturali diversi del Paese, tanto diversi da dover essere considerati opposti tra di loro. Sono in molti a datare la fine del secondo dopoguerra italiano con l’uccisione di Aldo Moro; altri, più attenti all’incidenza in esso del Movimento operaio e del Partito comunista italiano, datano quel passaggio col giorno del funerale di Enrico Berlinguer.

Ma è la storia sociale del Paese che elegge quei 35 giorni e la loro conclusione a storico spartiacque. Il caso italiano, cioè il ciclo del cambiamento avviato con la rottura del biennio rosso del ’68-’69, finisce lì, con una rivincita di classe che avvia prima il ciclo della restaurazione capitalistica e poi, su quella base, quello della sua rivoluzione, che giunge sino alla globalizzazione e alla costituzione del capitalismo finanziario globale. Non c’è nulla di deterministicamente necessitato, intendiamo. Se siamo arrivati fin qui, sino a una crisi di civiltà, un processo gigantesco si è messo in moto e ha fatto il suo corso accidentato e non sempre prevedibile. Dentro ad esso, c’è anche la storia recente del nostro Paese e, in questo, della democrazia, delle sinistre e del conflitto sociale. Ma se si vuole rintracciare un inizio per questo nuovo ciclo, per quel che più direttamente riguarda quello che è stato chiamato “il caso italiano”, è proprio in quell’autunno dell’80 a Torino che esso deve essere trovato.

Lì c’è la fine di un ciclo lungo un decennio. Per intendere la profondità della rottura, bisogna avere ben presente cosa c’era stato prima di essa. Se il ’68 nel mondo ha aperto la breccia di cui ha scritto Edgar Morin, in Italia il biennio rosso ha avviato il ciclo sociale e politico, incentrato sul conflitto sociale, e in esso sulla centralità operaia, sulla centralità della fabbrica. Il caso italiano, cioè l’attualità e la concretezza della trasformazione del modello di sviluppo, vede realizzarsi la riforma sociale e le conquiste dei diritti civili sulla base di uno spostamento grande del potere a favore dei lavoratori e sul controllo operaio sull’intero processo di lavoro. Questa, l’originalità del caso italiano. Il livello delle conquiste in fabbrica e nella società si è allora portato a un livello tale da divenire un fattore di crisi del modello di accumulazione capitalistica nel Paese, a sua volta attentato dall’esterno, dalla crisi petrolifera e dal costo delle materie prime. È maturato così un aut-aut: o si realizza il cambiamento o il processo in atto si espone al suo rovesciamento. Guido Carli avvisò la borghesia che anche per lei, sebbene in termini opposti, si poneva la stessa scelta radicale.

Le istituzioni del Movimento operaio, per ragioni assai complesse e di lunga durata, invece, se lo sono negato e hanno cercato un compromesso fondato sullo scambio tra un freno alla dinamica salariale e una, peraltro impossibile, garanzia occupazionale. La tematica della........

© Il Riformista


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