Legiferare sui figli per assolvere i padri, le piattaforme social ringraziano perché nessuno discute degli algoritmi
I lettori del Riformista possono andare orgogliosi. Mentre altrove l’estate si consuma tra polemiche balneari e gare di grottesco virilismo, noi discutiamo di una questione che riguarda milioni di famiglie: il rapporto dei nostri figli con i social e con l’intelligenza artificiale. L’altro ieri Andrea Laudadio ha raccontato l’”estraneo dentro casa”, il compagno artificiale che entra nelle camerette.
Ieri Ilaria Donatio ha sostenuto che vietare i social ai minori non è un argine, ma la resa del legislatore. Io provo ad aggiungere un tassello che riguarda noi adulti. Sia chiaro: non sono contrario al divieto. Ma so, per biografia, che i divieti sono più complicati di come li raccontiamo. Sono cresciuto quando il fumo era socialmente accettato: si fumava nei cinema, nei treni, negli ospedali. Era vietato in famiglia e proprio per questo la sigaretta, tra amici, diventava un rito di emancipazione.
Così fumavo e mi facevo qualche spinello, come tanti. Ho smesso non per obbedienza, ma perché ho cominciato a pensare alla salute. Poi le leggi sono arrivate e hanno anche funzionato, ma come leve culturali, non come muri. È questo che un divieto può fare: non impedire ai ragazzi di trasgredire — vivaddio, sono ragazzi anche per questo — ma affinare lentamente l’idea di ciò che è normale e giusto.
Il divieto social ai minori è........
