L’eclettismo autoctono di Leonello Cipolloni

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Per la rubrica "Marche Svelate" parleremo oggi di Leonello Cipolloni, nato ad Ancona il 18 settembre nel 1914, di cui pubblicai un ampio rendiconto critico per l’Univpm in occasione di una remota esposizione sugli architetti attivi nella Dorica tenutasi alla Mole.

La vocazione architettonica, e artigiana in generale di Leonello, matura nella bottega del padre, valente decoratore, stuccatore nel restauri di palazzo Leopardi, perduto durante i bombardamenti. Leonello si lamenta della sua città – da cui non si distaccherà però mai per lunghi periodi – riferendosi più alla parziale incomprensione dei suoi modi stilistici, che all’angusto panorama culturale.

Incarnando il fortunato ruolo di progettista di successo nel boom economico locale, non gli mancheranno celebrazioni. Avrà contro la generazione degli architetti affermatasi negli anni ’70, pronti a criticare le sue scelte svincolate da avanguardismi di regime o moda, contestandogli in primis l’assenza del titolo primo per esercitare tale professione (la laurea in architettura).

La formazione di Leonello avviene a Roma, dove frequenta corsi di scenografia, nutrendosi sia del patrimonio classico-imperiale, che degli esempi contemporanei germogliati tra le due guerre. Cipolloni non si riconosce né nel corollario dell’antico né nella magniloquenza littoria. Quasi sarcasticamente distante da coinvolgimenti politici, il periodo romano sarà comunque fecondo, osservando le maestrie artigianali da Medioevo a Barocco.

È poi la contemporaneità a deflagrare nei suoi orientamenti, presto applicata nell’Interior-Designer, più immediata maniera di trovare occupazione. Tale professione era al tempo gestita direttamente nel dialogo tra committente e artigiano. Vero capolavoro di sinergie artigianali e progettuali il bar "La tazza d’oro", che fronteggiava il Cinema Metropolitan ci parla di una qualità intellettuale estinta in città. Nei discorsi da me con lui intrattenuti emergeva però la sua simpatia verso i criteri progettuali di Wright e Le Corbusier. È l’architetto, magno faber dell’ars major, che merita l’ammirazione di Cipolloni, vantando un innato talento per ogni forma d’espressione, con la capacità di sintesi che trionferà nell’opera grafica, che andrebbe in opportuna sede stimata.

Il testamento architettonico di Leonello consta sostanzialmente di poche opere focali: Villa Como, realizzata nel 1953, Palazzo Sottili, avviato pochi anni dopo, e le due ville al Conero, quella commissionatagli da Valeria Moriconi, la cui gestazione corre nel sesto e settimo decennio del sec. XX e, infine, Villa Comelli-Sabatini. Il disegno strutturale, ma soprattutto la scelta dei materiali ornamentali, il tutto svincolato da cautele urbanistiche, sublimano i suoi difformi concepimenti.

La Villa degli sposi Sabatini-Comelli sorge nel 1962 dal rifacimento di una casa colonica. Concepita con base atipica a croce e basata sullo studio della rosa dei venti, sarà ribattezzata l’"Aquilone", poiché si sarebbe dovuta muovere orientandosi verso il sole.

L’idea era di posizionare un enorme cuscinetto a sfera centrale con rotaie di acciaio sulle quali i soprastanti due piani avrebbero potuto reggersi e ruotare, concetto tributario della filosofia di F. L. Wright. La casa, però – frettolosamente venduta e ricondotta a forme ed uso tradizionali – non girò mai.

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