"Il mio Zeno, unico e irripetibile" |
Alessandro Haber, quando ha letto il romanzo pensava già di fare l’attore? E se sì, ha pensato che Zeno sarebbe stato un bel personaggio da interpretare?
"No, in realtà mi hanno fatto una proposta, e io l’ho accettata. E’ andata bene, visto che siamo al terzo anno di repliche. Merito anche di una bellissima riduzione, molto efficace. Ovviamente se avessimo dovuto portare in scena tutto il romanzo lo spettacolo sarebbe durato quattro ore. Invece dura un’ora e 40. Ma la messa in scena è ‘forte’, la scenografia è di quelle che ti prende, e ci sono anche delle belle musiche. E poi c’è il cast, composto da bravissimi attori". Il successo non era scontato, al di là della sua fama, vero? "No, ma il grande successo che abbiamo avuto mi conforta. Soprattutto perché nei teatri vedo molti giovani. Magari studiano il romanzo a scuola, e ora possono ‘vedere’ quello che hanno letto. Io, a dire il vero, sono molto stanco, perché a me piace soprattutto provare, costruire qualcosa che non c’era. Per questo motivo, per sorprendermi, mi sono inventato delle cose, sempre attinenti a Zeno, che resta un uomo per tutte le stagioni, l’italiano medio a cui in fondo va bene tutto, a cui tutto scivola addosso. E’ uno che fa una dichiarazione d’amore a tre donne pur non amandone nessuna".
Di quali cose ‘inventate’ si tratta?
"Sono cose che sono accadute a me personalmente. Ad esempio racconto di un episodio riguardante un ragazzo che da giovane mi era molto antipatico, e che poi è diventato un amico. E poi racconto un’altra cosa, vera, riguardante mio padre. Nello spettacolo, poi, c’è una sorta di ‘doppio’, uno Zeno giovane. E’ come se Zeno rivivesse tutta la sua vita, in un gioco di specchi".
Nel romanzo c’è la famosa espressione dell’"occhialuto uomo", l’uomo "tecnologico" che crea ordigni. Oggi siamo arrivati all’intelligenza artificiale...
"Non mi piace. Io amo l’artigianato. Io voglio guardare le persone in faccia, sentirle, toccarle. I giovani usano l’Intelligenza artificiale come fosse mangiare un panino. Ma così si diventa automi, incapaci di cercare il prossimo. Quelli della mia generazione siamo stati fortunati. Abbiamo vissuto una vita ‘vera’, con i suoi momenti belli e brutti, con le cadute e i successi".
Il teatro resterà l’ultimo ‘fortino’ di un’umanità più autentica?
"Credo che il teatro potrebbe diventare l’unica realtà, un luogo dove si celebra un rito collettivo, in cui l’attore respira con il pubblico. Non ci sono trucchi, non ci sono effetti speciali. L’attore è l’effetto speciale di se stesso".
Ma cosa significa per lei fare l’attore, o meglio, essere un attore?
"Io ho fatto sempre spettacoli con l’obiettivo di emozionare e divertire il pubblico, di regalare emozioni e di far riflettere. E, posso dirlo, non ho mai sbagliato uno spettacolo. Perché ci metto tutta la mia passione, la mia voglia di raccontare. Quello dello spettacolo è il ‘mio’ Zeno, unico e irripetibile. Ogni personaggio mi permette di vivere una vita diversa. Perché a me piace fuggire da me stesso".