Tumore al pancreas, studio rivoluzionario al Sant’Orsola: nuova terapia chemioterapica, di cosa si tratta |
Bologna, 23 febbraio 2026 – Un nuova terapia chemioterapica per il tumore al pancreas potrebbe migliorare in modo significativo la prospettiva di vita dei pazienti.
Il Sant’Orsola ha partecipato a Cassandra trial, uno studio di fase 3 (sperimentazione clinica su larga scala che coinvolge centinaia o migliaia di pazienti, che conferma l'efficacia e la sicurezza di un nuovo farmaco. È l'ultima fase prima della richiesta di approvazione per la commercializzazione, ndr), coordinato dal San Raffaele di Milano.
I risultati, pubblicati di recente dalla prestigiosa rivista Lancet, mostrano un miglioramento della sopravvivenza rispetto all’attuale standard terapeutico e aprono quindi a una rivoluzione nel trattamento preoperatorio dell’adenocarcinoma duttale non metastatico, tumore maligno aggressivo limitato al pancreas o ai tessuti circostanti senza diffusione a distanza, che rappresenta il 95 per cento delle neoplasie pancreatiche maligne.
Metodi a confronti: quello attuale e quello nuovo
Paxg o mFolfirinox? È questa la domanda che si è posto lo studio. Perché dietro queste sigle apparentemente incomprensibili si nascondono in realtà due differenti schemi chemioterapeutici per il tumore al pancreas, neoplasia maligna che a tutt’oggi resta tra le più difficili da curare.
Il progetto di ricerca, interamente finanziato da associazioni dei pazienti, si è infatti proposto di confrontare l’efficacia di due distinte combinazioni di farmaci chemioterapici somministrate nei pazienti candidati all’intervento di asportazione chirurgica di un adenocarcinoma duttale del pancreas.
Da un lato mFolfirinox, opzione che rappresenta l’attuale standard terapeutico, e dall’altro Paxg, acronimo dei quattro farmaci che compongono il nuovo schema, ideato proprio al San Raffaele una dozzina di anni fa.
I risultati relativi alla sopravvivenza
La sopravvivenza senza eventi sfavorevoli (progressione della patologia, recidiva, inoperabilità, aumento progressivo dei marcatori, riscontro di metastasi dopo l’intervento, decesso) è stata significativamente più lunga nei pazienti trattati con il nuovo schema chemioterapeutico rispetto a quelli che hanno ricevuto la terapia standard (16 mesi contro poco più di 10).
Rivoluzione nel trattamento pre-operatorio
“La stessa Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha compreso bene il valore aggiunto di questa ricerca: in corso d’opera ci ha chiesto di passare da uno studio di fase 2 a fase 3, che in gergo tecnico vuol dire uno studio potenzialmente registrativo, potenzialmente capace di cambiare le linee guida – spiega Mariacristina Di Marco, ricercatrice dell’Università di Bologna che da tempo lavora in convenzione presso l’Oncologia medica del Sant’Orsola ed è responsabile del trial per il Policlinico – . Ora i risultati devono essere recepiti a livello internazionale. Il professor Michele Reni, direttore delle unità operative di Oncologia e Day Hospital nonché del programma strategico di coordinamento clinico del Pancreas Center del San Raffaele, con il quale collaboriamo da tempo sul tema, ha presentato il dato al Congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), che si è tenuto lo scorso giugno a Chicago. Ci vorrà probabilmente un po’ di tempo, ma vista l’entità della differenza osservata è probabile che ci troviamo di fronte a una svolta nel trattamento di questi tumori”.
Prossimo passi relativi alla ricerca
Il progetto di ricerca proseguirà con una seconda fase di consolidamento: “Lo studio è iniziato nel 2019, quindi ad oggi conosciamo solo i dati della sopravvivenza senza eventi sfavorevoli – prosegue Di Marco –. Ora ci concentreremo anche sulla sopravvivenza a lungo termine, oltre i cinque anni. Per me è una grande emozione: da tanti anni seguo i pazienti colpiti da questo tumore, collaborando in particolare con la Chirurgia del Pancreas ed Endocrina diretta dal professor Riccardo Casadei. Insieme siamo stati tra i primi a credere nelle potenzialità della chemioterapia pre-operatoria, e questo traguardo promette di migliorare significativamente la prospettiva di vita dei pazienti”.