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La guerra e la strategia di Usa e Israele. “La pressione europea non incide sull’offensiva” /

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Roma, 31 marzo 2026 – Trattative molto deboli e il rischio che un intervento via terra possa prolungare il conflitto. È questa la sintesi che emerge dalle parole di Valeria Talbot (foto sotto), responsabile dell’Osservatorio Medio Oriente e Nord Africa dell’Ispi, in merito alla guerra nella Repubblica islamica. Al netto delle tante (e altalenanti) dichiarazioni di Donald Trump, le prospettive per un accordo di pace non sembrano infatti così imminenti.

Talbot, sono credibili queste trattative di pace?

“Bisogna andare molto cauti su queste trattative, ammesso che ci siano, visto che un dialogo diretto tra Stati Uniti e Iran non sembra essersi concretizzato. Attualmente pare che si stiano susseguendo messaggi veicolati da intermediari verso Teheran, ma le dichiarazioni di Donald Trump non trovano riscontro nella Repubblica islamica. Allo stesso tempo ci sono migliaia di soldati statunitensi che sembrerebbero pronti a un intervento di terra, mentre una diplomazia regionale, che coinvolge Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita, prova a favorire un negoziato. È davvero difficile, quindi, capire che cosa si stia muovendo: non mi sembra che una soluzione negoziale al conflitto sia dietro l’angolo”.

Un eventuale intervento via terra potrebbe portare al termine della guerra?

“Non credo che un intervento via terra velocizzerebbe la conclusione del conflitto, anzi potrebbe soltanto prolungare la crisi e aumentare i costi, sia in termini economici sia militari, per gli Stati Uniti”.

Secondo Donald Trump in Iran ci sarebbe stato un regime change, con una leadership più ragionevole.

“È difficile riuscire a stare dietro alle dichiarazioni del presidente americano. Il regime iraniano si è mostrato resiliente, ha registrato un cambio della Guida suprema e della leadership e si è vista una variazione degli equilibri all’interno della Repubblica islamica, con uno spostamento verso un’ala più conservatrice e intransigente, ovvero quella dei pasdaran. Non credo quindi che si possa parlare di un regime più dialogante, né di un regime change per come lo intende Donald Trump”.

La Spagna chiude lo spazio aereo per gli aerei Usa coinvolti nella guerra in Medio Oriente, il premier britannico Keir Starmer ha detto che non si farà trascinare in guerra: l’Europa può influenzare le decisioni di Washington e Tel Aviv?

“Stati Uniti e Israele continueranno a seguire la loro linea, per quanto non sempre la vedano allo stesso modo. L’Europa non è un attore di peso e non riesce a influenzare le politiche di Donald Trump, senza considerare che le divisioni interne al Vecchio Continente non aiutano. Basti pensare che, se da una parte abbiamo una Spagna molto intransigente, dall’altra vediamo alcuni Paesi Ue con posizioni molto diverse. Tutti dicono che questa “non è la nostra guerra”, ma sul piano pratico – come nel caso del Regno Unito che concede le basi militari – agiscono in maniera differente e talvolta contraddittoria”.

Che cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi giorni?

“È difficile fare previsioni. Per il momento la prospettiva temporale è quella del 6 aprile, ovvero il termine indicato da Donald Trump entro il quale Teheran deve accettare un negoziato. Credo che nei prossimi giorni possano proseguire sia lo scambio di messaggi tra le parti sia gli attacchi militari, ma la fine della guerra non sarà così imminente”.

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© il Resto del Carlino