Tra sport e integrazione: "Squadre con dodici etnie. Un football senza colore"

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Lunedì 4 maggio la società sportiva Dolphins riceverà il Ciriachino d’argento dal Comune con la seguente motivazione: "Per oltre quarant’anni di attività nella promozione del football americano e per l’impegno educativo, sociale e inclusivo verso i giovani, punto di riferimento cittadino che dà lustro alla città". Paolo Belvederesi è il general manager della società oggi guidata da Gianluigi Rosati. Belvederesi ha giocato 29 campionati con la maglia dei Dolphins, due di serie B e poi sempre e solo in serie A, sempre coi delfini dorici. Mentre giocava è stato anche presidente, a metà anni Duemila. Paolo Belvederesi, intanto quanta emozione e quanto orgoglio per questa benemerenza?

"Forse ancora non ci siamo ben resi conto della cosa e di quanto possa significare per noi. Ma una cosa che mi ha fatto un gran piacere e che misura l’importanza della benemerenza è il fatto che ho ricevuto varie telefonate da amici, sportivi e non, e tutti ci hanno detto che è strameritato. Il che significa che c’è una percezione cittadina dei Dolphins e questo ci fa enormemente piacere".

Che realtà sono i Dolphins oggi? Qualche numero?

"In consiglio siamo in 14, ma come gruppo dirigente allargato, tra segreteria, magazzino, e tutto il resto siamo oltre trenta. Tantissimi volontari, da noi nessun dirigente prende cinquanta centesimi. Anzi: ci finanziamo grazie agli sponsor ma quando ci sono da tirare fuori cento euro di tasca nostra non ci pensiamo un attimo. Siamo malati, fondamentalmente. E la cosa incredibile è che da quando siamo ripartiti con questa organizzazione, grazie all’attività scolastica, una mia fissa dal 2012, ogni anno tocchiamo dai 1400 ai duemila ragazzi delle scuole. Attualmente abbiamo 242 atleti tesserati, con nove squadre giovanili sulle dieci che è possibile fare. E abbiamo anche 12 etnie rappresentate in società".

D’altra parte la motivazione del Comune parla di inclusività. Qualche dettaglio?

"Siamo stati la società che nel 2011 ha fatto tesserare in Italia il primo giocatore afgano. Hamid Arap (intervistato allora dal Resto del Carlino, ndr) ogni volta che torna ad Ancona dalla Svizzera, dove abita oggi, viene a trovarci. Ma abbiamo rappresentati tanti Paesi, Tunisia, Bulgaria, Cina, Libano, Bangladesh, abbiamo un curdo-iracheno, tanti africani, ma anche l’albanese, il polacco, l’ucraino, il peruviano, il singalese… E tutti escono insieme. La cosa che ho imparato da questi ragazzi è che le differenze le vediamo solo noi, della nostra generazione, mentre per loro tutto conta fuorché il colore della pelle, l’origine e la cultura. Mi hanno insegnato molto più loro a livello di integrazione che io a loro a livello di football".

"Dopo lo scorso anno, un grande campionato in cui abbiamo perso solo una partita, più la finale in Ohio, quest’anno siamo partiti per fare bene. Abbiamo preso una suonata a Torino, poi perso di un calcio con Parma, poi abbiamo vinto tre partite di fila e siamo lanciati per rincorrere l’Italian Bowl che si giocherà il 4 luglio a Ferrara".

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