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Il giro del mondo a piedi di Gianmarco: "Da Reggio a Fukuoka, la vita è movimento"

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07.04.2026

Gianmarco Pedrini è sbarcato in Giappone per continuare il suo viaggio. Finora ha percorso 29mila chilometri, di cui 6mila camminando.

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Il giro del mondo a piedi, o per meglio dire via terra: Gianmarco Pedrini, reggiano di 33 anni, è sbarcato in Giappone il 23 marzo scorso e lo percorrerà a piedi da Sud a Nord. Arrivati a questo punto ha percorso in tutto circa 29 mila chilometri, 6mila dei quali camminando; la tappa di cammino più lunga è stata di 51,5 chilometri. La sua avventura è iniziata otto mesi e mezzo fa, dapprima con destinazione Giappone per poi diventare un progetto su più ampia scala. "Non ho nulla da dimostrare, nessun record da battere. Seguo quello che sento giusto per me -precisa-. Camminare è il momento in cui testa, corpo e mondo entrano in relazione: la tua vita è movimento. È questo che mi interessa più di ogni numero".

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Quando è partito, precisamente?

"Il 22 luglio 2025, la decisione l’ho presa pochi mesi prima, a marzo. Sono partito da Reggio e ho iniziato a camminare fino ad Ancona, da lì ho preso un traghetto per Spalato. Non sono passato dalle Alpi: l’ideale sarebbe stato partire ad aprile, per essere più allineato con le stagioni, ma è stata una scelta abbastanza spontanea. Dalla Croazia poi ho attraversato Bosnia, Montenegro, Albania, Macedonia del Nord, Grecia, Turchia e Georgia. L’idea è quella di fare un giro del mondo via terra: cammino, faccio autostop, ogni tanto prendo qualche mezzo per necessità".

Qual è il suo percorso di studi o di lavoro?

"Ho studiato economia a Modena, anche se non mi ha mai rappresentato come percorso formativo. Tutto quello che ho imparato viene molto più dalle esperienze di vita che dall’università. Dopo la laurea, dieci anni fa esatti, mi sono trasferito a Londra: ho vissuto e lavorato quattro anni lì, poi tre a Parigi, due a Copenaghen e uno a Berlino".

"Gestisco lo studio di ricerca e produzione creativa Pamp3000 insieme a Eugenio Superchi, che è di Reggio come me, e Ornella Pacchioni, che è francese. La sede è a Parigi ma il nostro lavoro è itinerante: direzione artistica, progetti multimediali, produzione di film e video musicali. Sono filmmaker e regista, questo viaggio è la mia scuola".

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Come procede il suo itinerario?

"Dopo aver esplorato l’Asia centrale sono arrivato a Hong Kong, da lì ho preso un aereo per Taiwan. Sono rientrato in Cina via mare, poi dalla Cina ho raggiunto la Corea, che ho percorso da Nord a Sud, da Seoul fino a Busan; da lì ho poi preso la nave per Fukuoka, in Giappone. L’idea iniziale era di fermarmi qui, ma un amico vive negli Stati Uniti e mi ha invitato a trovarlo, penso farò un coast to coast. Poi attraverserò l’Atlantico fino al Portogallo e concluderò con un pellegrinaggio: il doppio cammino Porto-Santiago e poi Santiago-Francia. Da lì rientrerò in Italia".

Avrà messo in conto qualche cambio di programma.

"È un piano in continua evoluzione. Sono anche le persone che incontro a modificare il percorso: qualcuno ti consiglia una deviazione, un passaggio in autostop ti porta altrove. In Tajikistan per esempio non dovevo andarci, invece è stata una delle esperienze più belle. Sono però rimasto abbastanza fedele all’idea iniziale".

Come descriverebbe questa esperienza finora?

"Al momento ha superato ogni aspettativa, questo viaggio mi sta dando tanto. Prima di tutto la consapevolezza di avere una predisposizione per questo stile di vita. Esperienze come questa, per me, dimostrano anche che il 99,9% delle persone nel mondo sono genuinamente buone. Prima di partire vedevo tanta preoccupazione negli altri, forse per via di una visione del mondo molto cinica, e invece non ho mai vissuto una vera situazione di sconforto. Sono stato accolto a casa di sconosciuti per passare la notte al sicuro, caricato in autostop da madri che mi hanno offerto il pranzo assieme ai loro figli. A dire la verità, credo di essere io il pericolo più grande per me stesso: bisogna restare sempre presenti, perché la fatica può renderti distratto".

Non si è mai sentito in pericolo, neanche una volta?

"I rischi maggiori sono le strade, le macchine. Ogni volta che posso scelgo sentieri nella natura, ma mi capita di dover camminare lungo statali o dentro ai tunnel. Poi entrano in gioco altri fattori: il privilegio di essere uomo e bianco suscita curiosità e rispetto. L’immagine del viaggiatore solitario in qualche modo protegge".

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Fisicamente come sta affrontando il viaggio?

"Avendo fatto tanto sport in passato, il mio corpo regge bene. Il primo mese però, lo ammetto, è stato devastante: ho camminato con 40 gradi una media di 30 chilometri al giorno, sulle spalle uno zaino da 16 chili. Ho perso quasi dieci chili, poi il corpo si è adattato e ho imparato a regolarmi meglio anche con il cibo".

Che rapporto ha con la sua città d’origine?

"A un certo punto, anni fa, avevo la sensazione di vivere in una bolla: Reggio come un piccolo paradiso con una vita serena. Eppure sentivo un richiamo forte, non per scappare, ma per vedere cosa c’era fuori. Oggi torno periodicamente e mi sento molto più affezionato di prima. Vedo un potenziale enorme, con Eugenio parliamo spesso dell’idea di portare aria fresca. Collaboriamo sulla direzione artistica con il collettivo reggiano Acid Tank, che organizza eventi culturali. Potrebbe essere un modo di rientrare nel territorio senza smettere di muovermi, restando fedele a quello che sono diventato lungo la strada".

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© il Resto del Carlino