Il Bologna torna più forte da Bergen. Solido, attento e con super Castro. Italiano trova la formula anti-crisi

BERGEN (Norvegia), 21 febbraio 2026 – Dal Grido di Munch al grido di Castro. Curioso, e anche un po’ romantico, come il Bologna si sia scrollato di dosso l’inquietudine proprio a Bergen, città che ospita una delle collezioni più ricche del tormentato pittore norvegese. Il museo Kode3, in pieno centro, custodisce una rara e fragile versione a penna e inchiostro del celebre quadro che, però, dal 2022 viene preservata in un luogo interdetto al pubblico. I settecento tifosi rossoblù che si sono spinti fin quasi alle porte del Circolo polare artico, però, potranno raccontare un giorno di aver visto da vicino il grido di Santi. Il suo gol, una pennellata di colore nel freddo del Brann Stadion. Un altro capolavoro, dopo la rete al Torino. Se basterà la bellezza (del singolo) a salvare il mondo rossoblù, questo, però, lo diranno le prossime due partite: il posticipo di lunedì con l’Udinese, ma soprattutto il ritorno dello spareggio contro i vichinghi che giovedì varrà gli ottavi di Europa League. Quel che è certo è che il Bologna sta meglio, ha decisamente un’altra cera. La vittoria in Norvegia, sommata a quella di domenica contro i granata, ha riportato ossigeno ai pensieri di un gruppo che in quattro giorni forse ha esorcizzato la paura di non risalire più dal pozzo nero di gioco e risultati dove era precipitato negli ultimi due mesi.

Da fine novembre il Bologna non metteva in fila due vittorie, a Udine e poi in casa col Salisburgo. Può essere la doppietta che fa scattare quel click mentale? Può esserlo, sì, perché questi ragazzi avevano bisogno di ritrovare fiducia e serenità, di ricominciare a sentirsi forti. E certe sensazioni te le restituiscono solo i risultati. Senza quelli, scricchiola tutto, per quanto questa squadra abbia valori e certezze con radici molto profonde. Italiano lo ha capito e ha messo mano alle sue certezze: ha aperto i confini del suo 4-2-3-1, ridisegnando una mediana a tre che ha dato più stabilità a tutta l’impalcatura. Senza snaturare nulla (gli esterni, la verticalità), ma modellando, si, al momento e agli altri. Come a Torino, così Bergen è stata la dimostrazione di un’attitudine diversa, di una nuova direzione presa. Al netto di un avversario tecnicamente molto modesto (lasciate stare la analogie col Bodo ammazza-italiane...), la notte con il Brann prometteva tanti imprevisti, in primis ambientali: il campo ai limiti del praticabile, il freddo ai limiti dell’ingiocabile. Poi, certo, gli episodi stavolta hanno sorriso, vedi il secondo giallo rischiato da Bernardeschi per simulazione (non a caso Italiano lo ha tolto all’intervallo spiegando poi che "con un arbitro più severo ci saremmo ritrovati in dieci…") o la clamorosa doppia occasione sventata da Skorupski al 24’. Il Bologna, però, ci ha messo del suo, non staccando mai la spina e non facendosi portare dentro una battaglia solo di nervi. Si è adattato a una partita fuori dalla sua comfort zone: palla lunga, campanili, sportellate. Ha accettano queste condizioni, anzi le ha sfruttate, colpendo dopo nove minuti e poi lasciando condurre al Brann (65% di possesso) che con il pallone tra i piedi non sapeva che farsene.

Ora ci sarà di riconquistare il Dall’Ara e rigenerare alcuni elementi chiave (Orso e Odgaard su tutti). Ma con queste due vittorie, il Bologna si è regalato la cosa più importante: la tranquillità di poter lavorare.


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