Concerto Grupo Compay Segundo a Imola: “Innoviamo per conservare il cuore. Il ‘son cubano’ vive nel mondo” |
Il Grupo Compay Segundo è guidato da Salvador Repilado Labrada, figlio del patriarca del ’son cubano’
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Imola, 18 marzo 2026 – C’è una linea melodica che non si spezza neanche quando il tempo cambia né quando gli interpreti si avvicendano. È la linea che unisce Compay Segundo, il patriarca del son cubano scomparso nel 2003 a 95 anni, a Salvador Repilado Labrada, figlio, contrabbassista e custode di un’eredità che passa per l’Avana, per Santiago, per il set di Wim Wenders – che con il doc ’Buena Vista Social Club’ ha trasformato quei suoni in icone, senza congelarli –, e fa tappa al Teatro Stignani di Imola dove stasera alle 21 il Grupo Compay Segundo disvela per Crossroads un mondo che sembrava destinato a rimanere sospeso nella memoria. Un viaggio nella modernità che avanza senza cancellare. Passando da Chan Chan — patrimonio universale —, per sfogliare i brani più recenti, dove il son si apre a nuove sfumature.
Salvador, leader del ‘Grupo’ fin dal 2003, come vive la responsabilità di salvaguardare e rinnovare l’eredità artistica di suo padre?
“Come una missione che nasce dall’amore. Sono cresciuto nella sua voce, nelle sue armonie, nel modo unico di raccontare la vita attraverso il ritmo. Custodirne l’opera significa continuare un dialogo che la musica rende ancora vivo”.
In che misura il progetto ‘Buena Vista Social Club’ di Wenders ha cambiato la percezione internazionale della musica cubana?
“Inimmaginabile: come se il mondo s’affacciasse sulla nostra casa. Un sogno condiviso: mio padre circondato da giganti come Rubén González, Ibrahim Ferrer, Omara Portuondo… più che una produzione discografica, era una riunione di famiglia, un ritrovarsi tra artisti che parlavano la stessa lingua dell’anima. Ry Cooder – produttore e chitarrista– seppe cogliere quella verità con un rispetto raro: non c’era artificio, solo l’arcano delle nostre radici che si rivelavano senza filtri”.
Dove la tradizione è il tronco dell’albero…
“Sì, solido, sacro, radicato nella terra che ci ha generati. I tocchi contemporanei sono i rami che crescono, che cercano nuova luce, che promettono di dare frutto, ovvero il desiderio di evolversi. Ogni volta che lavoriamo a un arrangiamento d’archi, che sia un classico di mio padre o un pezzo nuovo, ci chiediamo se mio padre riconoscerebbe lo spirito di ciò che stiamo facendo. Se quel ritmo, quella intenzione, quel sapore restano intatti, allora l’innovazione diventa un atto di fedeltà”.
Rispetto, quindi, non significa ripetere ciò che si faceva 50 anni fa, come se la musica fosse un reperto da museo?
“Tutt’altro: vuol dire custodire l’essenza, l’emozione originaria e raccontarla con un linguaggio che possa parlare anche ai giovani di oggi. Un messaggio che deve vibrare nel presente”.
Qual è la sfida nel mantenere vivo il ’son cubano’ in un mondo musicale dominato da generi globali e digitali?
“La lotta contro il rumore in un mondo in cui la musica viene consumata come un prodotto usa e getta, dove ciò che è più popolare è spesso elaborato al computer. In questo vortice il son cubano che è pacato, ricco di sfumature e storie, si spande come un sussurro in mezzo alla tempesta”.
Il pubblico italiano ha un legame speciale con la musica cubana. Che cosa rende unico questo dialogo?
“L’Italia per noi cubani è davvero una seconda casa. Quando suono qui fin dal primo accordo si crea una connessione, uno sguardo d’intesa. Sì, l’Italia è un paese di lunghi viaggi, siamo popoli di mare che si riconoscono al primo sguardo”.
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