Nuovo clima, gli esperti: “Il piano ‘anti alluvioni’? Ha dei pregi ma serve più coraggio” |
Stefano Materia (da Facebook)
Articolo: Weekend del 25 aprile, anticipo d’estate: ecco dove si toccheranno i 28 gradi in Emilia Romagna
Ottocentomila anni: sono quelli disegnati dal grafico presentato da Stefano Materia, climatologo del Barcelona Super Computing Center, a introduzione del convegno ‘Oltre la piena: dal clima alla gestione del territorio’, organizzato a casa Spadoni a Faenza dal comitato tecnicoscientifico ‘Agire’. "Ottocentomila anni sono quelli di cui i ricercatori, tramite i carotaggi nell’Artico, sono costruiti a ricostruire il clima, a partire da un parametro quale la concentrazione di Co2 in atmosfera, che non aveva mai superato le 300 parti per milione, prima del presente, quando ha toccato le 430 parti. Spingendo le temperature medie 1.46 gradi sopra la media pre-industriale".
Si tratta a tutti gli effetti di un "’nuovo clima’ – sintetizza l’ex direttore di ItaliaMeteo Carlo Cacciamani – il cui risultato sono le due alluvioni del 2023 e le due del 2024: "Le prime delle quali fu un evento eccezionale, con 36 ore di pioggia, mentre le seconde, violentissime e concentrate in poche ore, rappresentano un fenomeno in aumento", spiega il meteorologo Pierluigi Randi.
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Com’è il piano anti alluvioni secondo gli esperti
Preambolo utile a introdurre una domanda: il piano ‘anti-alluvioni’ elaborato dall’autorità di bacino del Po è sufficiente contro i fenomeni estremi? "Ha dei pregi – interviene Andrea Nardini, ingegnere idraulico e fondatore del Centro italiano per la riqualificazione fluviale –, vedesi le fasce territoriali di pericolosità, o il fatto che prenda in considerazione le rotture arginali, ma che in ampi tratti mantiene un approccio ancora 900esco, non abbastanza coraggioso nel cercare una convivenza con le acque, ancorato al miraggio che i fiumi siano opere ingegneristiche".
Possibili soluzioni per gli argini
Nardini indica alcune strutture sui pannelli che introducono alla conferenza: una di queste è una sorta di ‘doppio argine’: "Una struttura alta circa due metri, che sorge alle spalle dell’argine del fiume, deputata a contenere le acque che già il primo argine non è riuscito a contenere".
Ma non ovunque sarà possibile costruirne, per la presenza di case o quartieri.
La seconda è una sorta di piramide di rocce squadrate: "Così appare una porzione di un argine progettato per poter essere rotto". In una terza è evidente la lingua di vegetazione che corre fra la fascia di piena e quella di magra, "utile perché la prima non venga erosa franando nella seconda", spiega Franco Conturbia, dell’Osservatorio ambientale di Novara.
Elementi di un cambio di paradigma che il sociologo Giorgio Osti sintetizza con una serie di parole d’ordine: "idrocittadinanza" (patti fra cittadini e proprietari dei terreni), "agroidraulica" (coltivazioni resilienti sia alla siccità che alle acque stagnanti), "alfabetizzazione idrogeologica" (una nuova cultura del rischio per il futuro).
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