La “porta chiusa” di Hormuz fa guadagnare a Putin 150 milioni di dollari in più al giorno
La Guida suprema Mojtaba Khamenei, i container fermi e le navi nello Stretto di Hormuz
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Lo Stretto di Hormuz è sempre di più il baricentro della crisi mondiale. Nel primo discorso alla nazione da nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei ha trasformato il passaggio marittimo più sensibile del pianeta in una leva politica e militare: “Deve essere assolutamente utilizzata per tenere chiuso lo Stretto”, ha avvisato, di fatto rivendicando la strategia di chiusura del corridoio da cui transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto globale. Le Guardie rivoluzionarie hanno subito raccolto la linea, promettendo di mantenere il blocco e di colpire il “nemico aggressore”.
È il segnale che la guerra fra Iran, Israele e Stati Uniti rischia di saldarsi con una crisi energetica di prima grandezza. Mentre Donald Trump ha fatto sapere che “se il prezzo sale, gli Stati Uniti guadagnano un sacco di soldi ma fermare l’impero del male conta più del petrolio”. L’impatto sui mercati è immediato. Il barile torna a sfiorare quota 100 dollari, mentre l’Agenzia internazionale per l’energia parla apertamente della “più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”.
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Secondo l’Aie, la produzione di greggio è già scesa di almeno 8 milioni di barili al giorno, cui si aggiungono altri 2 milioni di barili equivalenti di prodotti petroliferi bloccati: quasi il 10% della domanda mondiale. Il messaggio dell’Agenzia è netto: senza una rapida ripresa dei flussi di spedizione attraverso Hormuz, le perdite sono destinate ad aumentare. Il punto, però, è che la riapertura non appare vicina.
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Nelle stesse ore il Wall Street Journal riferisce che gli attacchi iraniani e la scelta americana di sospendere le scorte militari alle petroliere fanno temere una chiusura prolungata della rotta energetica più importante del mondo. Il segretario all’Energia Usa Chris Wright ammette che Washington, al momento, non è pronta a scortare le navi: i mezzi militari sono concentrati sull’offensiva contro l’Iran. È una confessione pesante, perché fotografa un vuoto di deterrenza proprio nel tratto di mare che regola gli equilibri petroliferi mondiali.
La crisi, dunque, esce dai report e si materializza in mare. Dopo le petroliere colpite al largo dell’Iraq, anche una portacontainer è stata centrata vicino alle coste degli Emirati, a poche decine di miglia da Hormuz, con un principio d’incendio a bordo. L’equipaggio è rimasto illeso, ma il messaggio è chiarissimo: il rischio assicurativo, logistico e commerciale sta salendo insieme al prezzo del greggio. Di fronte all’emergenza, i Paesi Iea hanno deciso il rilascio coordinato delle scorte strategiche. L’Italia metterà a disposizione 9 milioni e 966 mila barili, pari a circa il 2,5% del totale mobilitato.
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Il Mase sottolinea che le riserve nazionali restano comunque in linea con gli obblighi europei, pari a 90 giorni di importazioni nette. È una misura di contenimento, utile a smorzare lo choc, ma non sufficiente da sola se la crisi dovesse protrarsi. Sul piano geopolitico, la nuova fase apre anche una partita tra vincitori e vinti economici. A guadagnare, per ora, è la Russia: secondo il Financial Times Mosca incassa fino a 150 milioni di dollari al giorno in più grazie all’aumento dei prezzi e alla maggiore domanda asiatica di greggio russo, soprattutto da India e Cina. Il surplus fiscale potrebbe arrivare a quasi 5 miliardi entro fine mese. In altre parole, mentre l’Occidente tenta di isolare Teheran, il conflitto regala ossigeno ai conti del Cremlino.
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