Quanto costa il referendum sulla Giustizia tra macchina elettorale e nuove regole |
Preparativi in un seggio elettorale (Ansa)
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Roma, 11 marzo 2026 - La democrazia ha un prezzo. Non è una formula retorica: è una voce precisa nel bilancio dello Stato. E quando passa per le urne, quel prezzo diventa un conto concreto. Il referendum sulla giustizia previsto per il 22 e 23 marzo – tornato al centro del confronto politico tra riforme promesse e scontri parlamentari – rischia di costare allo Stato tra i 300 e i 400 milioni di euro. Una cifra che non riguarda soltanto le schede elettorali o l’apertura dei seggi. Dietro ogni consultazione nazionale si muove una macchina amministrativa imponente: oltre 60mila sezioni elettorali, centinaia di migliaia di addetti, logistica, sicurezza, stampa dei materiali, trasmissione dei risultati e gestione informatica delle operazioni. Secondo le stime elaborate negli anni dal Ministero dell’Interno sulla base delle consultazioni precedenti, un referendum nazionale “stand alone” – cioè non accorpato ad altre elezioni – si colloca stabilmente in quella fascia di spesa. Tradotto in termini individuali, significa circa 6 euro per cittadino. Un importo apparentemente modesto se visto singolarmente, ma rilevante se inserito nel quadro complessivo dei conti pubblici.
La cornice normativa: Costituzione e legge sui referendum
Il funzionamento dei referendum nazionali in Italia è disciplinato da un quadro normativo consolidato. La base costituzionale è contenuta negli articoli 75, 132 e 138 della Costituzione, mentre l’organizzazione delle consultazioni è regolata principalmente dalla legge 25 maggio 1970, n. 352, la legge quadro sui referendum statali. Quando questa normativa non disciplina in modo specifico alcuni aspetti tecnici – per esempio l’organizzazione dei seggi o lo svolgimento delle operazioni di voto – si applicano in via integrativa le norme del D.P.R. 30 marzo 1957, n. 361, il testo unico per l’elezione della Camera dei deputati. È su questa architettura giuridica che si innestano le modifiche più recenti approvate dal legislatore per il 2026.
Le novità del 2026: voto anche il lunedì
Per la consultazione del 2026 il Parlamento è intervenuto con il decreto-legge 27 dicembre 2025, n. 196, introducendo alcune misure organizzative straordinarie. La principale riguarda l’estensione delle operazioni di voto alla giornata del lunedì, dalle 7 alle 15, accanto alla tradizionale apertura domenicale. La norma deroga quindi alla regola storica della votazione in un’unica giornata festiva.
L’obiettivo dichiarato è duplice: facilitare la partecipazione degli elettori e distribuire meglio i tempi delle operazioni elettor ali, soprattutto nelle sezioni con maggiore affluenza. La modifica comporta però anche conseguenze organizzative, perché allunga la durata complessiva delle attività dei seggi. Per le consultazioni del 2026, però, il legislatore ha previsto un aumento del 15% di tutti gli onorari. L’incremento è collegato direttamente all’estensione delle operazioni di voto su due giornate e viene applicato a tutti i componenti degli uffici elettorali di sezione.
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