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’Call me Paris’ (Hilton). Dai Duemila a oggi

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21.03.2026

Un’immagine dello spettacolo ’Call me Paris’ portato in scena da questa sera da Yana Eva Thönnes, regista e drammaturga tedesca

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ll confine tra intimità e spettacolo, tra corpo e immagine, è sempre più sottile in un mondo dominato dalla circolazione incontrollata dei contenuti digitali. È da questa tensione che nasce lo spettacolo Call me Paris della regista, drammaturga e performer tedesca classe 1990 Yana Eva Thönnes – in scena oggi alle 19 e domani alle 16 all’Arena – ispirato a due storie vere che, seppur lontane tra loro, finiscono per sovrapporsi in modo inquietante. Da un lato la famosa ereditiera Paris Hilton, protagonista forzata del sex-tape 1 Night in Paris diffuso dall’ex fidanzato; dall’altro, la vicenda profondamente realistica di Giulia, adolescente che, per una somiglianza fisica, viene ribattezzata ’Paris’ dai coetanei e finisce intrappolata in una dinamica di abuso che replica tragicamente quella della celebrità.

Yana Eva Thönnes, cosa la colpi allora dell’accaduto del video di Paris Hilton? "Ero adolescente e con i miei compagni di scuola ho vissuto quel momento in cui il video è diventato il film porno di riferimento di tutta una generazione. Era sì un video privato, ma diffuso senza autorizzazione, questo mi colpì, ma più ancora lo fecero le parole di Paris. Lei disse che aveva avuto la sensazione di essere stata violentata elettronicamente".

Questo è stato l’inizio della drammaturgia? "Sì, una storia narrata parallelamente a quella di questa adolescente tedesca che vuole assomigliare a Paris e che incontra un uomo più vecchio di lei, che a sua volta vuole la sua Paris Hilton e vuole girare una nuova versione del sex tape. E’ stato incredibile vedere la sovrapposizione tra la vita di una persona famosa e idealizzata e quella quotidiana di una teenager qualunque. Mi ha ispirato la sociologa Amia Srinivasan, per lei la pornografia non convince, non informa ma educa uno sguardo".

Quando hanno iniziato le persone non celebri, a intrattenere col proprio corpo senza porsi troppi problemi, grazie ai social? "Il mio lavoro si concentra sugli anni Duemila e credo che un tema di quegli anni sia stata proprio la modalità dei contenuti che si potevano diffondere a grande velocità con Internet, perdendo il controllo della situazione. Ricordo Hit Me Baby One More Time di Britney Spears, appena sedicenne, che fu uno dei primi esempi di normalizzazione della commercializzazione del corpo femminile. Negli ultimi 25 anni è tutto molto cambiato da parte delle giovanissime, nell’utilizzo dei social, ma la stessa Paris, allora, è stata la prima a diffondere il selfie in una sorta di tentativo di riappropriazione della propria immagine".

Come ha portato la sua storia sul palco? "Ricreo una situazione di vita reale in cui non ci si sente al sicuro, né gli attori né il pubblico. Lo si vedrà anche dai costumi, gli attori sono messi in mostra ma in una modalità che non è asservita allo sguardo maschile. Non c’è una comunicazione diretta tra attori e pubblico, non la trovavo giusta perché comunque qui si affronta il tema dell’abuso, si racconta di come il corpo di questa ragazza venga visto e come questo sguardo venga interiorizzato. E chiedo al pubblico: voi come guardate questo corpo?"

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© il Resto del Carlino