Board of Peace per Gaza, parte l’alternativa all’Onu: Tajani per l’Italia, gli Usa “dispiaciuti” dal no del Vaticano

Roma – La partecipazione italiana al Board of Peace, l’organismo promosso dalla presidenza statunitense per la stabilizzazione della Striscia di Gaza e la gestione dei conflitti regionali, entra nella sua fase operativa. Dopo il via libera parlamentare di martedì sera, il ministro degli Esteri Antonio Tajani è partito per Washington, dove il 19 febbraio prenderà parte alla seduta inaugurale presso il Donald J. Trump Institute of Peace, prevista per le 16 ora italiana. Non ci sarà il Vaticano, come preannunciato dal cardinale Parolin l’altro giorno, un’assenza che ha trovato una forte replica degli Usa: «Molto spiacevole il no del Vaticano al Board».

L’Italia si presenterà al tavolo non come membro effettivo, ma con lo status di Paese osservatore. Una formula scelta dal governo per bilanciare l’esigenza politica di presenza nei dossier mediorientali con i vincoli di compatibilità costituzionale sollevati nelle ultime ore. Il mandato per la missione è stato formalizzato dalla Camera dei deputati con l’approvazione della risoluzione di maggioranza (183 voti favorevoli e 122 contrari).

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Durante le comunicazioni in Aula, il vicepremier Tajani ha delineato il perimetro dell’intervento italiano, escludendo l’adesione formale a causa di «limiti costituzionali», ma ribadendo la necessità di non restare ai margini del processo. «L’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile, ma anche contrario allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione – ha sottolineato Tajani – laddove sancisce il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie. Inoltre, non ci sono alternative al piano siglato a ottobre riguardo la pace tra Israele e Palestina, e chi pensa il contrario dimostra di non saper fare i conti con la realtà».

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La decisione del governo ha compattato le minoranze, che hanno votato in modo unitario una risoluzione contraria alla partecipazione. Al centro delle critiche non c’è solo la natura del Board – descritto come un «comitato d’affari» –, ma anche il rischio di un indebolimento del ruolo delle Nazioni Unite. «Non è dignitoso che l’Italia partecipi a una gestione che non rappresenta uno strumento di pacificazione – ha sottolineato il presidente del M5s, Giuseppe Conte –, ma appare come un comitato d’affari che prelude a una speculazione immobiliare a danno dei palestinesi. L’Italia non deve esserci non per incompatibilità costituzionale, ma per dignità. La gestione politica del governo sulla guerra a Gaza – ha tuonato Conte – è un vero disastro». Sulla stessa lunghezza d’onda è il Pd, che con Matteo Ricci, europarlamentare, ha sottolineato ad Agorà: «Con che coraggio Meloni, e di conseguenza l’Italia, aderisce al Board? Dov’è finita la politica internazionale che l’Italia ha sempre portato avanti con la schiena dritta?».

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L’agenda del vertice si concentrerà sulla fase di ricostruzione di Gaza e sul finanziamento del piano di pace, un dossier che il governo italiano ritiene strategico non solo per la stabilità del Mediterraneo, ma anche per la sicurezza delle rotte commerciali nel Mar Rosso, attraverso cui transita il 40% dell’export nazionale.  


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