Il paradosso di Epstein, quei file in cerca d’autore. Senza verifica non c’è verità
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Washington, 28 febbraio 2026 – Tre milioni di file in cerca d’autore. Perché, insegna Pirandello, senza autore manca la narrazione. E senza narrazione il senso non c’è. È il paradosso dell’archivio di Epstein: ora che si fa? Ora che tutti hanno accesso a tutto e la trasparenza trionfa, chi racconta la verità? Il caso emblematico della disintermediazione genera ansia, bisogno di intermediazione. Un caso che somma politica, sesso, soldi, perversione e morte. Attraversa i decenni e i confini. Insomma, produce massimo interesse. E altrettanta confusione.
Eppure, i cosiddetti “files”, trecento giga tra email, foto, video e altro materiale informatico, non sono stati scovati ieri nel disco rigido di un vecchio computer. Si affastellano nell’inchiesta sul finanziere pedofilo fin dalla metà degli anni Duemila. L’ossessivo archivista muore suicida in carcere nel 2019. Negli anni successivi si fa largo un movimento che chiede la pubblicazione di cotanto patrimonio di informazioni. In questo clima Donald Trump fa del suo ex sodale uno dei bersagli della campagna presidenziale. E una volta giunto alla Casa Bianca, il presidente “salvato da Dio per far grande l’America ancora” non può deludere il popolo Maga.
Serve una strategia. Sia mai che fra tutti quei byte si nasconda qualcosa di imbarazzante per l’aspirante Premio Nobel per la Pace. La trovata non è male: caricare una mole soverchiante di oggetti elettronici su un sito internet ad hoc, inondare l’ecosistema digitale di una massa indistinta di dati. Senza filtro. Né per opera dei magistrati, tantomeno dei giornalisti. Dopotutto, viene facile in un Paese intriso di cultura protestante, dove i cittadini credono in Dio per motto federale e non aspettano il sacerdote per leggere la Bibbia. Tutti accedono, tutti interpretano. Tutti giudicano.
Navigare nel mare magno di tre milioni di file, tuttavia, è un’impresa scoraggiante per il singolo internauta. La trasparenza totale non fa luce, abbaglia. Le foto discinte sono abbastanza esplicite, per carità. Ma vai a interpretare il carteggio tra Bannon ed Epstein; o a capire se tutte le cene non eleganti apparecchiate sull’isola di Little Saint James erano preludio di ludici dopocena penalmente rilevanti. E gli inviti? Le generiche e vaghe pubbliche relazioni di Epstein? Come si valutano? Migliaia di nomi più o meno roboanti spuntano ogni giorno da quegli atti.
Il mezzo è il messaggio, scrive Marshall McLuhan togliendo allo strumento l’aura di neutralità. Il contenitore modella il contenuto, incide sulla percezione. La pubblicazione massiva e indiscriminata di documenti estremamente interessanti non è un semplice atto tecnico. È un messaggio politico. Nel 2010 WikiLeaks diffuse migliaia di cablogrammi diplomatici. Ma il New York Times, il Guardian e Der Spiegel lavorarono sui documenti, li selezionarono, li verificarono, ne oscurarono le parti sensibili. Nei Panama Papers l’International Consortium of Investigative Journalists coordinò 11,5 milioni di file, trasformando il sovraccarico informativo in inchiesta strutturata.
Ora accade l’opposto. Senza gerarchia, ogni nome sembra una prova; senza contesto, ogni contatto diventa complicità.
Ministri, banchieri, registi, intellettuali infettati dal virus di Epstein: è una pandemia reputazionale. Tutti colpevoli, pare. Quindi tutti innocenti. È il caos. Impossibile verificare, cioè acclarare il vero e distinguerlo dal falso. È il terreno ideale della manipolazione, secondo Hannah Arendt. Una forma sofisticata di censura.
Per questo tutti vogliono sapere, provano a capirci qualcosa, cercano qualcuno che li illumini. In Italia non passa giorno che un podcaster non pubblichi contributi sull’argomento. YouTube ribolle di contenuti e visualizzazioni. Ma l’algoritmo collega tutto: fatti, opinioni, realtà, finzione. Non verifica. La verifica è un mestiere e quel mestiere ha un nome. È la stampa, bellezza.
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