Governo ko, premierato in soffitta. Il focus si sposta su economia e recupero dei giovani

Giorgia Meloni e i suoi vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini

Articolo: Referendum, i cittadini hanno detto No. Il 53,7% boccia la riforma Nordio. Affluenza boom, bene anche al Sud

Articolo: La lezione del referendum: fra gli italiani e la Costituzione un legame più forte dei partiti

Articolo: L’analisi sul referendum 2026: il fattore giovani e l’astensionismo punitivo al Sud. Dove si è alzato il muro del No

Articolo: Meloni commenta la sconfitta al referendum sui social: “Gli italiani hanno deciso. E noi lo rispettiamo”

Articolo: Schlein festeggia la vittoria al referendum: “Dalle urne messaggio per noi, c'è già maggioranza alternativa”

Roma, 24 marzo 2026 – Prova a sorridere, ma è un tentativo quasi eroico destinato al fallimento. Le proporzioni della batosta subita da Giorgia Meloni, andate ben al di là delle più fosche paure, sono troppo pesanti per poter essere dissimulate. Ammette la sconfitta, la prima da quando è a Palazzo Chigi, con lo spoglio delle schede ancora in corso: un video di appena 46 secondi.

“Il governo ha fatto quello che aveva promesso, portare avanti una riforma della giustizia che era scritta nel programma. Gli italiani si sono espressi con chiarezza e noi rispettiamo la loro decisione. Resta il rammarico per un’occasione persa per modernizzare l’Italia”. Complicato minimizzare: non si tratta solo dell’affossamento dell’unico vero cantiere aperto dall’esecutivo, un esito che Giorgia e il suo stato maggiore avevano messo in conto nelle ultime settimane. A spiazzare sono state l’affluenza e lo scarto netto, che rendono impossibile negare la valenza politica del voto: è un referendum contro il governo. Meloni lo sa e ne parla con i vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini.

L’abbandono dei giovani

Nel suo giro si riconosce il peso di un quadro internazionale complesso, inclusa la presa di distanza, tiepida e tardiva, rispetto a Donald Trump. Ma la ferita più dolorosa è un’altra: l’abbandono da parte dei giovani. Hanno votato in tantissimi e hanno sbarrato la casella del No, decretando il naufragio del progetto e di una leader che in quella fascia anagrafica era popolare.

Referendum, i cittadini hanno detto No. Il 53,7% boccia la riforma Nordio. Affluenza boom, bene anche al Sud

Meloni non lascia: possibile rimpasto? 

Con il videomessaggio, la presidente del Consiglio vuole ribadire l’intenzione di restare al suo posto fino alla fine della legislatura. Chi l’ha sentita giura che la tentazione delle urne anticipate non l’ha sfiorata. D’altronde, sarebbe una strada impraticabile: dovrebbe vedersela non solo con l’ostacolo insuperabile del Quirinale, ma anche con la sua maggioranza. Tutt’al più, si può ipotizzare un rimpasto, e la fantasia dei palazzi ha già iniziato a galoppare: si vocifera di Salvini al Viminale al posto di Piantedosi e di Luca Zaia ministro del Made in Italy, con delega per le imprese del Nord. Fanta-politica.

Stretta tra la guerra e i contraccolpi del voto, l’ultima carta vincente della premier è rivendicare la stabilità di un esecutivo con l’obiettivo di arrivare intatti a fine legislatura. La contromossa per risalire la china passa da Palazzo Chigi: puntare sull’economia, sperando che i dati su occupazione e conti pubblici possano assorbire la tempesta.

La lezione del referendum: fra gli italiani e la Costituzione un legame più forte dei partiti

Del premierato è meglio non parlarne più: le riforme costituzionali si sono rivelate un campo minato. Discorso diverso per la legge elettorale. Meloni è decisa a portarla a casa senza grossi stravolgimenti, eccezion fatta per un innalzamento della soglia di sbarramento, utile per risolvere una volta per tutte il problema Vannacci.

Tuttavia, anche questo sentiero si è fatto impervio. Il Carroccio nutre dubbi, sentendosi penalizzato dal testo depositato e, soprattutto, il messaggio dei cittadini è stato limpido: le regole non si scrivono da una parte sola a proprio uso e consumo. Forti del responso referendario, Schlein e Conte diventeranno più bellicosi. Il dilemma è servito: forzare la mano a costo di crollare nei consensi, o tenere un sistema elettorale che per il centrodestra è un capestro? Impossibile fare finta di nulla.

“Sarà un anno di campagna elettorale e di fibrillazioni”, ammettono a via della Scrofa. Il sottosegretario Fazzolari getta acqua sul fuoco garantendo che non ci saranno divisioni, ma le tensioni scorrono sotto pelle. Al funerale di Bossi, la premier ha toccato con mano la scarsa popolarità di Salvini nel Nord.

Eppure, a differenza delle regioni meridionali gestite da Forza Italia (emblematico il caso della Calabria di Occhiuto, dove ha votato il 48,37% e il No ha vinto col 57,26%), il Settentrione gli elettori alle urne li ha portati. “Si dovrà tenere conto di questo”, sibila un dirigente leghista.

Sull’Autonomia restare fermi non sarà possibile, a costo di acuire i malumori con un Tajani uscito indebolito dal test. Tra gli azzurri, d’altronde, l’aria è pesante: a far suonare i campanelli d’allarme è quel 18% di propri elettori che, secondo il consorzio Opinio, ha voltato le spalle alla linea ufficiale scegliendo di votare No.

L’analisi sul referendum 2026: il fattore giovani e l’astensionismo punitivo al Sud. Dove si è alzato il muro del No

Delmastro ha un piede fuori dalla porta

Ma queste sono le sfide di domani. Oggi l’urgenza ha un nome e un indirizzo: il disastro di via Arenula. Forzisti e leghisti non fanno sconti e puntano il dito contro i meloniani, mettendo nel mirino in particolare Carlo Nordio. La presidente del Consiglio per ora lo blinda, ma tenendo la briglia cortissima: la futura linea sulla giustizia verrà decisa solo dopo un ampio confronto.

È pericolante, ma forse ancora in grado di mantenere la postazione, la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Chi invece sembra avere un piede fuori dalla porta è Andrea Delmastro: il sottosegretario è considerato indifendibile e un faccia a faccia decisivo con la premier è atteso a breve.

Schlein festeggia la vittoria al referendum: “Dalle urne messaggio per noi, c'è già maggioranza alternativa”

L’analisi sul referendum 2026: il fattore giovani e l’astensionismo punitivo al Sud. Dove si è alzato il muro del No

© Riproduzione riservata


© il Resto del Carlino