Parla Malika Ayane: "Dalla fu un apripista per gli strani come noi. I suoi brani? Immortali"

Dal Festival di Sanremo al palco dell’Arena del Sole, si racconta: "Il primo ricordo che ho è la sigla di ‘Lunedì film’, che faceva ‘duvudubà’ ‘Com’è profondo il mare’ il disco che trovo più poetico in assoluto".

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Malika Ayane, dal Festival di Sanremo a ‘Liberi’, la notte in musica dedicata a Lucio Dalla. Dalla sua ‘Animali notturni’ portata sul palco dell’Ariston – dove ha duettato anche con Claudio Santamaria – a quello dell’Arena del Sole, dove sarà protagonista per ricordare uno dei suoi idoli artistici.

Malika Ayane, qual è stato il suo primo contatto con Lucio?

"La sigla di ‘Lunedì film’, quella che faceva ‘duvudubà’. Brano divertente anche per l’approccio fantasioso che mi suscitava l’associazione col gabbiano-pellicola. Poi ‘Attenti al lupo’, con la sua ispirazione freak show, altro mondo visionario per una bambina piccola come me che ancora andava alle elementari".

"Per quanto non sia stata una fan immediata, l’ho sempre trovato incredibilmente giusto. È come un apripista per tutti quelli strani come noi. E quando due settimane fa sono entrata a casa sua (per realizzare il programma ‘Ci vediamo da Lucio’; ndr), non avrei potuto aspettarmi qualcosa di diverso. Non poteva che essere fatta così, piena di cose, colorata, esatta trasposizione di quello che aveva in testa".

Un viaggio verso altri mondi.

"Come quando in un cartone animato apri una persona e ci vedi dentro il suo piccolo mondo esattamente come te lo immagini".

Tra le tante persone che ha conosciuto, ce n’è una avvicinabile in qualche modo a Lucio?

"Ne ho incontrate diverse orientate in quella direzione. È bello come se fosse stato l’ambasciatore assoluto di questo modo".

Lei che ha avuto contatti con l’opera e ha lavorato nel musical, la sua ‘Tosca amore disperato’ l’ha mai sentita?

"No. Però me la studio".

Ha già deciso cosa proporrà?

"A casa di Dalla ho cantato ‘Futura’ perché piace tanto e perché ultimamente mi sta capitando spesso che mi chiedano di eseguirla. Cosa che mi ha chiarito come certi brani sono immortali neppure quando furono pubblicati fossero compatibili col successo facile. Fossero stati concepiti per il successo radiofonico".

"Mi emozionata molto il finale perché quell’ultima frase ‘aspettiamo che ritorni la luce / di sentire una voce / aspettiamo, senza avere paura, domani’ ti ricorda che qualunque essere umano, qualunque sia il suo bagaglio culturale e esperienziale, quella cosa la può capire e ti lascia per terra senza forze perché probabilmente nella nostra interiorità la sentiamo e la pensiamo tutti".

"Probabilmente, ‘Com’è profondo il mare’. Perché, secondo me, è in assoluto quello che evoca meglio il senso di dolce isolamento delle Tremiti, in quella casa a tre piani, bianca con i balconi blu dove fu inciso. Ogni isola, infatti, ha dentro un mondo infinito sotto ogni punto di vista e con tutte le metafore del caso".

Proprio dieci anni fa, a Sanremo, gli Stadio trovarono in Dalla e nella cover de ‘La sera dei miracoli’ il colpo d’ali per vincere il loro Festival.

"Sono certa che quel palco, più di tanti altri, con la forza mediatica che ha, possa spostare un sentimento generale. Dargli la frase, il sospiro, il sentimento di cui ha bisogno. Nella scelta di ‘Mi sei scoppiato dentro al cuore’ come cover di Sanremo ho cercato proprio questo".

Qual è il Dalla ‘necessario’?

"Arrivare alla gente con la frase che serve, perché abbiamo tutti bisogno che ci esploda dentro qualcosa di bello e di sorprendente, perché in giro c’è una brutalità da lasciarci il bisogno di ricevere questo tipo di carezze. La necessità più grossa, infatti, è quella di rimanere in contatto con le nostre emozioni senza che siano manipolate da quel senso becero e violento di un ossessivo reiterare che ci rende tutti più tristi. Ed è importante, per questo, che la Fondazione continui ad operare per non far mai scemare quel messaggio".

Quanto conta una città come Bologna nella trasmissione di questa eredità?

"Tantissimo. Me ne sono resa conto l’anno scorso, quando all’Auditorium Manzoni mi sono ritrovata nel cartellone di ‘The man I love’ insieme a Paolo Fresu, Simona Molinari, Ornella Vanoni e Celso Valli con l’Orchestra Sinfonica del Comunale. Con noi, pure Gianni Morandi e Samuele Bersani. Lì ho capito che non si trattava solo di un evento, ma di un passaggio di testimone, di un modo di stare insieme e di fare musica che, secondo me, a Bologna esiste in una forma diversa da altre città".

"È come se, pure noi che non siamo bolognesi, avessimo imparato da questa città il suo modo di proteggere l’arte e gli artisti, di creare spazi in cui sentirsi liberi e custoditi allo stesso tempo. Per questo mi chiedo sempre se, altrove, sarebbe stato possibile avere un altro Lucio".

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