Woolridge Uno show al McDonald’s Open

Arriva in Virtus nel 1995 e conquista subito la Supercoppa. Poi dà spettacolo a Londra contro i Rockets. E’ scomparso nel 2012

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Lo chiamavano Big 0. Ma il suo nome era Orlando Vernada Woolridge. Big 0 perché nella Nba indossa la maglia numero 0, che diventa 8 (quasi un doppio 0, ma in verticale) in Italia. Nato a Bernice, negli States, il 16 dicembre 1959, ci ha lasciato troppo presto, il 31 maggio 2012, a 52 anni, stroncato da problemi cardiaci con i quali conviveva da tempo. In Virtus, Big 0, resta una stagione: il 1995/96 con 25 presenze e 459 punti. Non una stagione intera, perché si ferma per infortunio e la Virtus, allenata da Alberto Bucci ed è reduce da tre scudetti consecutivi, si lascia sedurre dalla fisicità di Anthony Bonner. Più basso, meno bello da vedere, ma più efficace all’interno del gruppo. Bonner è rappresentato da Piero Costa, che l’anno dopo diventerà direttore sportivo della Virtus. Ma restiamo a Orlandone – come lo chiamavano a Basket City – perché la sua è la storia di uno che viene etichettato come perdente di successo. Perché perdente? E’ sempre nel posto giusto, ma nel momento sbagliato. Dal 1977 al 1981 gioca per un’università prestigiosa, Notre Dame e nel 1981 viene scelto al primo giro dai Chicago Bulls. Annata speciale, quella del 1981. Al primo giro troviamo Mark Aguirre (prima scelta assoluta) e Isaiah Thomas (numero due), senza dimenticare Buck Williams, Kelly Tripucka e Larry Nance.

Annata speciale, si diceva. E in qualche modo riconducibile a Bologna. Al secondo giro, con il numero 28, viene indicato Gene Banks, visto all’opera in Fortitudo con Artis Gilmore. Poi Danny Ainge, numero 31, che i Boston Celtics sottraggono alle mire dell’Avvocato Porelli. Ma ci sono anche Sam Williams (in Virtus nel 1985/86), Elvis Rolle (con il 42) e Zam Frederick (numero 51), entrambi scelti dai Lakers, prima di indossare la maglia bianconera.

Perdente, perché Big O fa parte dei Bulls prima che a Chicago sbarchi Michael Jordan. Fa da chioccia a Michael, ma quando Chicago comincia a vincere, Orlandone ha preso altre strade. Poi i Nets e New York e un primo stop per droga. Arriva a Los Angeles nel 1988: e i Lakers, che hanno vinto gli ultimi due anelli, si fermano per una decina d’anni anche se c’è il titolo nella Western Conference (1989)

Nel 1991 approda a Detroit: i Bad Boys hanno dominato le ultime due stagioni. Quando arriva Big O la squadra dei duri è in disarmo. Comincia il dominio di Chicago, che Woolridge ha lasciato da tempo. Non è un perdente, però, perché dopo le stagioni a Milwaukee e Philadelphia, scopre l’Italia.

A Treviso al primo colpo conquista la Coppa d’Europa e la Coppa Italia (mvp delle finali). Ma perde la finale scudetto, 1995, proprio contro la Virtus. Di lui, Ricky Morandotti, che spesso si trova a marcarlo dice: "Attaccante eccezionale. Ma se gli impedisci di usare la mano destra in partenza, lo limiti assai".

Ricky non lo mena, gli offre più spazio sulla zona mancina e Big 0, nella finale tricolore, frena vistosamente. Ma in Virtus, che ha appena chiuso l’era (la prima) Danilovic, la ricostruzione parte dall’idea di una squadra che possa produrre quello che è chiamato ’Show Time’. L’altro straniero è Komazec: è una Virtus che deve segnare un punto in più dell’avversario.

L’esordio è spumeggiante: nell’estate del 1995 la stagione comincia con la prima edizione della Supercoppa. Finale tra Virtus e Benetton al PalaMalaguti. E’ il 16 settembre: la Virtus vince 95-82. Capitan Brunamonti alza al cielo l’ultimo trofeo della sua carriera (Roberto non sa ancora che si tratti dell’ultimo). Orlandone è il miglior marcatore con 26 punti. E porta a casa il titolo di mvp e un gigantesco vaso di Nutella: la foto fa il giro del mondo.

L’apice alla London Arena, per il McDonald’s Open. Si gioca dal 19 al 21 ottobre 1995: la Virtus batte il Maccabi (112-103), il Real Madrid (102-96) e viene superata dagli Houston Rockets (112-126). Clyde Drexler è l’mvp, ma il miglior marcatore è proprio lui, Orlando.

Big O gioca con gli occhialoni per proteggersi dai graffi. Per non perderli, utilizza un nastro che gli cade sulle spalle. Sono gli anni del ‘Codino’ Baggio. E qualche tifoso, per altro un po’ distratto, pensa che pure Orlandone sfoggi, come vezzo, una piccola coda di capelli.

Attacca sempre, Orlando. Ma se gli concedi solo la mano sinistra è meno pericoloso. Segna tanto, ma difende poco. Come il 15 febbraio 1996: siamo in Coppa dei Campioni. Arriva il terribile Real Madrid e Joe Arlauckas realizza 63 punti, tuttora record imbattuto. Per Joe un fantascientifico 24/29 da due e 15/18 dalla lunetta. Capitano le serate così. Ma quando sei marcato da Big O, forse, è più facile. Orlandone usa Lino Frattin, vice di Alberto Bucci, sia come traduttore sia come autista. Dopo due stagioni nel Bel Paese il vocabolario di italiano è nullo. Il feeling con Arijan Komazec non sboccia. Anzi, i due se non si detestano proprio non si amano, e lo zoccolo duro degli italiani (Brunamonti, Coldebella, Abbio, Moretti, Morandotti, Binelli e Carera) soffre.

A fine stagione non volano gli stracci, ma Big O non è tenero con Arijan. Torna in patria, comincia ad allenare. Si trova coinvolto in situazioni poco chiare, viene arrestato perché sotto l’effetto di stupefacenti e per il furto di tubi di alluminio. Il 31 maggio 2012 – nel frattempo è andato a vivere a Mansfield – ci lascia a soli 52 anni.

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