Referendum, l’analisi di Panarari: “La politicizzazione ha portato al voto pure elettori giovani” |
Massimiliano Panarari, docente di Sociologia dei Processi culturali di Unimore
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Reggio Emilia, 24 marzo 2026 – Tra domenica e ieri gli elettori reggiani si sono espressi sulla riforma della giustizia proposta a maggioranza dal Governo Meloni. Tante le sorprese consegnate da questo voto che ha visto una partecipazione di aventi diritto molto superiore alle previsioni, con Reggio città e provincia che si sono distinte per affluenza e per i ’No’ espressi sia in ambito regionale che nazionale.
Abbiamo chiesto una lettura di questa consultazione a un esperto, al professor Massimiliano Panarari, docente di Sociologia dei Processi culturali e comunicativi al Dipartimento di Comunicazione ed Economia della sede Unimore di Reggio Emilia.
Professore la partecipazione ha sorpreso tutti. A cosa è dovuta?
“Sostanzialmente la possiamo attribuire alla politicizzazione del referendum che la Presidente del Consiglio, il destra-centro, aveva indicato come il rischio da evitare ma che in qualche modo è connaturato ai referendum. È la modalità di espressione del voto referendario, un ’Sì’ o un ’No’, che porta naturalmente a una forma di ovvia polarizzazione e di scontro diretto. Dall’altro, è verosimile che per una parte dell’elettorato, che non vota Meloni ed è contrario a questo Governo, il referendum sia diventato un’occasione per segnalare il proprio dissenso e manifestare la propria opposizione. Esattamente quello che ha cavalcato in termini di narrazione il sinistra-centro e i suoi leader. Anche perché in questo contesto l‘idea di poter assestare un colpo al governo, che ha avuto una navigazione a dispetto del contesto internazionale sostanzialmente senza ostacoli all’interno, è diventata una grossa finestra di opportunità. Tutto questo aggiungo ha motivato una parte di elettorato giovanile che, a dispetto del carattere tecnico del quesito, ha trovato nelle due narrazioni politiche, fornite da una parte e dall’altra, una forma di coinvolgimento, una forma di impegno, un modo di testimoniare la propria partecipazione alla vita pubblica”.
Come spiega la mobilitazione in Emilia-Romagna e a Reggio Emilia e Modena del sinistra-centro?
“Io credo si spieghi con il fatto che hanno azzeccato la narrazione: presentare il disegno di legge del governo come un assalto e uno sfregio alla Costituzione è stato un frame narrativo che ha persuaso la propria parte e, in generale, anche elettori che si stavano astenendo ad andare a votare”.
Pensa ci sia una qualche affinità tra questa consultazione referendaria e quella sulla riforma costituzionale di Renzi?
“La similitudine sta nel fatto che quando il Presidente del Consiglio, in una logica di personalizzazione della politica, cavalca o propone una riforma che va a modificare alcuni aspetti della Costituzione, o alcuni aspetti rilevanti dell’ordinamento degli equilibri di poteri, ecco che scatta facilmente una mobilitazione contro il leader che la propone e rispetto alla quale funziona la narrazione dell’attentato o dell’assalto alla Costituzione, che è la motivazione nobile e politicamente sofisticata per esprimere la polarizzazione contro il leader che governa”.
Non pensa che gli elettori disapprovino modifiche costituzionali a colpi di maggioranza?
“La narrazione sull’assalto alla Costituzione funziona se la proposta di revisione non è condivisa in Parlamento”.
Può avere influito sulla mobilitazione e il risultato finale la tiepidezza della Meloni verso Trump in queste settimane di guerra?
“Questo è uno degli elementi che nella vittoria del ’No’ è diventato in questa chiave di polarizzazione del quesito referendario un modo per esprimere un giudizio negativo nei confronti dell’operato di Meloni ed anche una censura nei confronti della sua incapacità di distinguersi rispetto al caos scatenato dall’amministrazione Trump”.
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