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Povero lui

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09.09.2019

Quando sui giornali viene riportata la notizia di un femminicidio, si leggono spesso frasi o espressioni che hanno a che fare con uomini infelici e “accecati dalla gelosia”, con uomini che “perdono la testa”, con uomini che “all’improvviso” si trasformano in assassini ma fino all’altro giorno erano bravi padri, cittadini modello, miti e gentili, “onesti lavoratori”. E si legge a volte anche di donne che se la sono andata a cercare, di donne traditrici, infedeli, scostanti o, al contrario, donne portatrici di disordini, che esasperano, si sottraggono, assillano il compagno, l’amante, l’ex marito. Donne che non rispettano le aspettative sociali e quelle dell’uomo che avevano accanto. Viene immediatamente assunto, anche emotivamente, il punto di vista dell’aggressore frustrato, disperato e celebrato, con la conseguenza che l’aggressore diventa vittima e che sulla vittima resta la colpa di aver causato una sofferenza insopportabile, di non aver rispettato delle aspettative, di aver provocato, in qualche modo, quel che è accaduto.

In Italia il concetto di delitto in nome della salvaguardia dell’«onore» è stato abolito nel 1981, eppure «l’atto compiuto nello stato d’ira determinato dall’offesa recata» rimane ancora oggi la principale espressione o il contesto di riferimento utilizzato da molti media per giustificare il femminicidio. Ancora oggi, insomma, il femminicidio viene legato a due principali motivi: l’amore o la malattia. La violenza viene quasi sempre spiegata come un “raptus”, una “follia” o una devianza: un fatto inevitabile e pure fascinoso, per la “potenza” del “sentimento” che l’ha mosso. Oppure un fatto privato, incomprensibile di per sé perché si consuma in un improvviso scatto d’ira, anche se l’uccisione della donna avviene dopo anni di violenze familiari o stalking, e le indagini rivelano che il delitto era stato organizzato e pianificato.

Le donne vittime di violenza, come spiegano da secoli esperte, movimenti femministi e associazioni di giornaliste, subiscono, attraverso il racconto distorto, una «doppia vittimizzazione»: che minimizza il reato di violenza agito da un uomo contro una donna e che rende complici della sottocultura che giustifica la violenza nei confronti delle donne. Il caso di Elisa Pomarelli ne è solo l’ultimo esempio.

La notizia è che una donna è stata uccisa da un uomo che non accettava di essere rifiutato sessualmente. Elisa Pomarelli, 28 anni, era scomparsa lo scorso 25 agosto nel piacentino........

© Il Post