We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close
Aa Aa Aa
- A +

Clelia, la contadina che ricamava parole

3 40 0
29.08.2019

A Pieve Santo Stefano, al confine tra Toscana, Umbria e Romagna, c’è un archivio pubblico in cui sono conservati più di 8 mila diari, quaderni di memorie e lettere. Sono scritti popolari, di gente comune («non solo chi è eccezionale si lascia dietro una storia», diceva la mia amatissima prof in un libro che ha cambiato la vita a una mia amica): raccontano vite, storie e attraverso quelle vite e quelle storie anche la Storia. Pieve Santo Stefano venne completamente distrutta durante la ritirata dei tedeschi, nel ’44, e fu ricostruita grazie al piano di edilizia popolare voluto da Amintore Fanfani, che era nato lì. Il suo busto sta nella piazza che si attraversa prima di arrivare al museo che contiene le installazioni con alcuni dei diari conservati fisicamente nell’archivio.

Alcuni diari conservati allArchivio diaristico nazionale fondato da Saverio Tutino a Pieve Santo Stefano.

Stare in quel museo (che è famoso ed è frequentato da molti registi e artisti) non è per niente facile. Si ha la sensazione di entrare senza permesso in casa d’altri, di aprire i cassetti dei comodini nelle loro camere da letto, di ficcare il naso tra le cose scritte in solitudine, solo per sé. Lo so, non sembra una cosa bella, ma da quando l’archivio è stato fondato, nel 1984, quelle pagine sono state donate dalle persone vicine a chi le ha scritte e che le hanno conservati o ritrovate tra la polvere di una soffitta, o dagli autori e dalle autrici stesse. Questo solleva un po’, e il museo è stato pensato e realizzato con molta delicatezza. Mentre ci si muove lì dentro, in punta di piedi, il cuore continua comunque a stringersi. Si possono vedere e ascoltare le storie di chi ha vissuto l’occupazione, di chi è stato........

© Il Post