Antonelli, il giovane adulto: «La strada è giusta, ma devo ancora migliorare per pensare al Mondiale»

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Un giovane adulto. Freddo, distaccato, analitico. Ha impugnato le redini del Campionato senza chiedere l’autorizzazione a nessuno. D’altra parte, non era mai accaduto che un capobranco fosse bambino quanto lui. Kimi, si vede, fra trofei giganteschi e champagne che spruzza, si trova a suo agio, è proprio il suo giardino di casa. È stato “programmato” per essere un fenomeno. Prima da papà Marco che, di bielle e pistoni, se ne intende. Poi dal super manager Toto, il team principal più vincente della storia della F1 che si è innamorato del fenomeno emiliano quando andava ancora alle elementari.

Il podio, il gradino più alto, è la sua “comfort zone”: sembra che lo abbia già scalato centinaia di volte come l’amico Lewis. Tutti gli vogliono bene, per com’è e, soprattutto, per come corre, anche i leader che sentono vacillare la loro supremazia. Pure questa è una piacevole novità. Prost non amava Senna. Ad Alonso non era simpatico Hamilton. Vettel non digeriva Verstappen. Antonelli lo abbracciano tutti e, se mai ce ne fosse bisogno, lo incitano, quasi fanno il tifo per lui. Sarà il fiore più recente della Motor Valley il nuovo imperatore della velocità? «La direzione non è male, ma c’è ancora tanto da migliorare - spiega con modestia il ragazzo - bisogna continuare a lavorare e tenere i piedi per terra. È solo l’inizio».

Poi racconta la favola di Suzuka: «Il festeggiamento alla Bolt? Mi è sempre piaciuto, avrei voluto farlo a Shanghai, ma me ne sono dimenticato. Ho sentito la mia famiglia al telefono, loro sono rimasti in Italia. Papà non era molto contento di come sono scattato, come posso dargli torto... Per fortuna c’è un mese senza gare, dovrò proprio allenarmi a prendere il via.

Quando ho rilasciato la frizione, le ruote hanno pattinato ed io sono rimasto lì. Quando mi hanno superato in tanti mi ero innervosito, ma ho recuperato la calma e il ritmo. Poi è entrata la safety car...».

Subito un pensiero per l’amico Jannik: «Gli ho mandato un messaggio, speriamo che vinca a Miami. Io non potrò seguirlo, sarò in volo, voglio farmi una bella dormita, sono un po’ stanco. Auguro il meglio anche ai motociclisti italiani impegnati ad Austin, Marco, Pecco, Fabio. Uno sguardo al futuro: «Per un po’ resterò a San Marino, ancora non so come mi riposerò, sicuramente andrò in kart per allenarmi. Non ho ancora parlato con George, non so se ha avuto problemi, sicuramente tornerà al top in fretta. Sono io che devo alzare l’asticella». Al settimo cielo anche il boss della Mercedes Wolff: «Quando lo abbiamo messo in macchina, eravamo sicuri che era bravo. Che avrebbe vinto due gare all’inizio di quest’anno non ci avrei scommesso».

Cerca di non abbattersi, ma non è dell’umore giusto il “capitano” Russell che doma l’altra Freccia d’Argento: «Il motorsport è così, ci sono delle volte in cui non tutto fila liscio e non ci puoi fare nulla. Devi solo limitare i danni. Certo in questo periodo succedono tutte a me». Oltre l’assetto, troppo carico sull’anteriore per la preoccupazione di un consumo dei pneumatici che invece non c’è stato, è evidente che il britannico ha qualcosa da recriminare sul sistema dell’energia: «Quando la Ferrari di Charles mi ha passato, ero fermo. Comunque senza safety car avrei vinto io...».

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