Monza, violenta una 13enne adescata in chat: 24enne condannato a 5 anni
Manifestazione contro la violenza sulle donne
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Monza, 16 febbraio 2026 - Ha adescato una 13enne su Instagram fingendosi un 17enne e poi l'ha violentata. Protagonista un 24enne colombiano, che è stato condannato dal gup del Tribunale di Monza Andrea Guadagnino a 5 anni di reclusione (tre in meno di quanti chiesti dalla Procura) con l'ammissione al percorso di giustizia riparativa nel processo con il rito abbreviato per violenza sessuale aggravata.
Il giovane, incensurato, che da un anno era residente a Monza insieme alla famiglia quando è stato sottoposto a fermo nel luglio scorso, ancora detenuto in carcere e difeso dall'avvocato Marco Lacchei, è stato anche condannato al risarcimento dei danni alla ragazzina parte civile con una provvisionale di 35mila euro. Secondo l'accusa, il colombiano aveva chattato sui social con la ragazzina, anche lei monzese, per una settimana, per poi proporle di vedersi in centro città. La 13enne si trovava con un'amica e il fratello che doveva andare in biblioteca, ma il 24enne l'avrebbe convinta ad andare da sola all'appuntamento davanti alla Rinascente.
Da largo Mazzini il giovane l'aveva portata in una zona isolata dietro il teatro Binario 7, ritrovo di tossici e sbandati e lì aveva messo una coperta a terra invitandola a togliersi le scarpe e rilassarsi, poi l'aveva violentata sotto la minaccia di un coltello. Dopo l'abuso sessuale la 13enne si era confidata con un'amica, che l'aveva convinta a chiamare la polizia. La vittima era stata accompagnata alla clinica Mangiagalli a Milano, dove gli esiti della violenza erano stati confermati dagli specialisti. E poi in Questura per la denuncia.
Dal nome in possesso della ragazzina, dal profilo social del colombiano e dalle telecamere della zona gli agenti erano risaliti al 24enne e l'avevano sottoposto a fermo prima che prendesse l'aereo per la Colombia, un biglietto andata e ritorno che gli avevano acquistato i genitori, ma in data precedente al fatto e con partenza a fine mese. Il suo difensore nominato d'ufficio ha sostenuto che si è trattato di un rapporto consensuale. Una tesi non accolta dal giudice, che però ha tolto un'aggravante facendo scendere la pena e ha ammesso l'imputato al percorso di giustizia riparativa, che serve per rendersi conto del reato commesso e che potrebbe fargli ottenere una pena ancora minore nel processo di appello.
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