Gli ispettori ministeriali a Mecenate: nell’ex commissariato di Cinturrino al setaccio atti, verbali e procedure

Carmelo Cinturrino, 41 anni, la sera del 26 gennaio in via Impastato

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Milano – Era ampiamente prevedibile, viste le premesse. Martedì sono arrivati in via Quintiliano gli ispettori del Viminale per dare il via a una serie di controlli approfonditi sull’attività del commissariato Mecenate negli ultimi anni. Già, proprio il commissariato che fino a tre settimane fa è stato la sede di lavoro dell’assistente capo Carmelo Cinturrino, arrestato per l’omicidio di Abderrahim Mansouri avvenuto la sera del 26 gennaio in via Impastato durante un controllo antidroga della squadra investigativa.

Carmelo Cinturrino, l'agente della Polizia di Stato arrestato per omicidio, in ambulanza la sera del uccisione di Abderrahim Mansouri

Contestata la premeditazione  

Il quarantunenne continua a sostenere di aver sparato “per paura”, per intimorire e non uccidere, ma le indagini di Procura e Squadra mobile raccontano altro: nella richiesta di incidente probatorio inoltrata nei giorni scorsi al gip dal pm Giovanni Tarzia, è stata contestata la premeditazione, motivata dalle minacce che Cinturrino avrebbe rivolto direttamente al capo dei “cavallini” della piazza di spaccio di Rogoredo e dalle frasi che lo stesso poliziotto, che tutti conoscevano come “Luca” o ”Thor” per l’abitudine di portare con sé un martello, avrebbe detto a più riprese ad alcuni tossicodipendenti che frequentano l’area al confine con San Donato Milanese. Non solo. 

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Un quadro allarmante 

Cinturrino è accusato pure di aver eseguito arresti illegali, di aver estorto soldi e droga agli spacciatori e di aver picchiato alcuni eroinomani per costringerli a rivelare dove Zack Mansouri nascondeva contanti e palline da smerciare. Un quadro estremamente allarmante, sebbene vadano trovati i riscontri per ogni singolo episodio. Nel mirino sono finiti anche altri sei colleghi di Cinturrino: ai quattro, presenti sulla scena del delitto e indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, se ne sono aggiunti altri due, che avrebbero preso parte ad alcune delle operazioni fuorilegge di “Luca”. Insomma, sta emergendo uno scenario che fa pensare a un “sistema” più che a una “mela marcia” di cui sbarazzarsi per risolvere il problema. Tradotto: la questione è molto più complessa. E per questo il Ministero dell’Interno ha deciso di inviare un gruppo formato da due alti dirigenti e due ispettori per passare al setaccio atti, annotazioni di intervento, verbali d’arresto e tutto ciò che riguarda le procedure da seguire. 

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La verifica 

Con ogni probabilità, l’obiettivo è capire, al di là dell’inchiesta che corre su binari paralleli, cosa non abbia funzionato, se e in quanti sapessero dei metodi borderline di Cinturrino, se ci siano stati campanelli d’allarme che qualcuno ha ignorato e se ci fossero elementi per intervenire prima. Una verifica che si preannuncia accuratissima, per non lasciare ombre e agevolare la ripartenza affidata al funzionario di lungo corso Carmine Mele, scelto dal questore Bruno Megale per il difficile compito di risollevare le sorti di un commissariato pesantemente colpito dalla bufera. Del resto, la linea dettata sin dalle prime ore dal capo della Polizia Vittorio Pisani è comprensibilmente quella dell’inflessibilità. A cominciare dalla procedura-lampo che dovrebbe portare in tempi rapidissimi alla destituzione di Cinturrino.  

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