Contrada, ‘U dottore’ dei segreti di Stato che diceva: “La mia vita è già distrutta”

Bruno Contrada nello studio dell'avvocato Stefano Giordano durante la conferenza stampa convocata dopo la perquisizione nella sua abitazione, 4 luglio 2018 Palermo

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Andarono ad arrestarlo alla vigilia di Natale del 1992, l’annus horribilis. Bruno Contrada era il numero tre del Sisde. Con quell’arresto eccellente si pensò che davvero avesse ragione Giovanni Falcone sull’esistenza di un terzo livello. Quella zona grigia in cui mafia, potere e pezzi di Stato s’incontrano. “La mia vita - ebbe a dire Contrada in più di un’occasione - fu distrutta quel giorno”. Ma chi era davvero questo napoletano che si era subito ambientato a Palermo tanto che anche quando andò a lavorare a Roma il legame con l’isola restò fortissimo? Un poliziotto implacabile o un servitore dello Stato che flirtò con Cosa Nostra?

Bruno Contrada

La vicenda giudiziaria con la revoca della condanna per concorso esterno in associazione mafiosa (reato ancora assai dibattuto in ambito giurisprudenziale) dice molto: il capo della Polizia Franco Gabrielli nel 2017 lo reintegrerà in polizia. Molto sí ma non tutto su ciò che era la Sicilia in quegli anni: il contesto per utilizzare un termine caro a Leonardo Sciascia. Contrada si ritrovò tra le mani molti misteri d’Italia.

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A iniziare dalla scomparsa del giornalista dell’Ora Mauro De Mauro. E tra i primi si convinse che quella sparizione avesse a che fare con la morte di Enrico Mattei: De Mauro si era occupato del caso e aveva fatto da consulente anche al regista Gianfranco Rosi per il film sul presidente dell’Eni.

Bruno Contrada in una foto d'archivio (Ansa)

Si è detto tanto dei rapporti di Contrada con il pool antimafia: amico o nemico? E bisogna ritornare a quella Palermo d’inizi anni ottanta, in cui la parola mafia si faceva fatica ancora a pronunciare. In cui i corleonesi si stavano per impadronire con una sanguinosa guerra di mafia della guida della cupola. Contrada collabora sicuramente con Giovanni Falcone per il processo Spatola, quello che fu istruito anche per le meticolose indagini bancarie (“Follow the money”), avviate da Falcone e assecondate dall’allora capo dell’Ufficio Istruzione, Rocco Chinnici. E lo stesso Falcone fece una menzione speciale per il lavoro svolto da Contrada.

Ma va anche detto poi che negli anni a venire la figura di Contrada, allora alla Mobile di Palermo e poi alla Criminalpol, dal punto di vista delle indagini portate avanti dal pool antimafia passò in secondo piano. Si disse che Falcone non si fidasse di lui. Quella Palermo lì dei mille morti in pochi anni, era una città carica di veleni. Soprattutto attorno a quel gruppo di servitori dello Stato che, prima con Chinnici poi con Caponnetto, portarono avanti una battaglia senza soste contro Cosa Nostra.

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Il nome di Contrada era ricomparso di recente in un altro mistero d’Italia: l’omicidio di Piersanti Mattarella e l’inchiesta aperta sul depistaggio nella quale è finito indagato l’ex prefetto Filippo Piritore (tornato libero nei giorni scorsi) dopo la sparizione del guanto usato dal killer. Piritore che era alla Mobile nel 1980 disse che aveva parlato di quel guanto con Contrada.

Chi era davvero Contrada, quello che chiamavano anche ‘U dottore’? “Un poliziotto all’americana - disse lui in un’intervista proprio a Qn - che si muoveva sul campo. Che aveva informatori”. E su quel terreno minato che era la Palermo degli anni ‘80, nel labile confine che divide la mafia dall’antimafia, gli informatori non avevano sempre una fedina immacolata.

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Di certo tornando a quel 1992 l’angoscia che lo Stato aveva di ottenere risultati dopo la stagione delle stragi non ha aiutato a fare chiarezza su molti passaggi cruciali che hanno poi determinato quella lunga scia di sangue. Il 1992 si aprì con la conferma delle condanne per il maxi processo e l’omicidio di Salvo Lima - eurodeputato Dc e uomo forte della corrente andreottiana – e si chiuse a dicembre con l’arresto di Contrada. In mezzo Capaci e via D’Amelio, con lo Stato che vacillò.

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Tre settimane dopo l’arresto di Contrada arrivò quello di Totò Riina dopo ventitré anni di latitanza. Ancora il contesto, appunto, per provare capire. Recentemente Contrada disse, pensando al giorno della sua morte: “Non porterò, tra non molto tempo, nessun segreto nella tomba. Né di Stato né di altro genere. Quello che ho fatto è consacrato in atti di polizia. La parte preponderante della mia esistenza al servizio dello Stato la ripeterei, la rifarei tale e quale”.

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