Sette clochard morti di freddo, la strage silenziosa nella Milano delle Olimpiadi |
I rilievi della polizia dopo il ritrovamento di un clochard senza vita a Milano
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Milano – Il corpo era già in fase di decomposizione quando è stato trovato, giovedì 12 febbraio, sotto a un cavalcavia. Aveva 43 anni ed era originario del Marocco. È il settimo uomo senza dimora a perdere la vita nel suo giaciglio di fortuna, per strada, a Milano. Così si muore di freddo nella città delle Olimpiadi invernali. Non è retorica ma, ad esempio, è un “dato di fatto che quest’anno non siano stati aperti i mezzanini delle metropolitane, come accadeva in passato. Non sono la soluzione definitiva, ma quando si gela, un luogo riparato e custodito può fare la differenza tra la vita e la morte. È evidente che ci si stia concentrando su altre priorità, ma le persone in strada non spariscono per decreto”, sottolinea Luciano Gualzetti, presidente dell’Opera Cardinal Ferrari, centro diurno che aiuta le persone in grave marginalità.
Gualzetti, cosa è successo esattamente con lo sgombero di Viale Tibaldi avvenuto a dicembre? Pare non ci sia stato accordo con le associazioni.
"Avevamo avviato un percorso concordato con il Comune e la Questura per offrire alternative concrete ai senzatetto che occupavano la stazione con tende e sacchi a pelo. L’intervento era previsto per il 19 dicembre. Invece, il giorno prima, la polizia si è presentata con l’Amsa e ha sgomberato tutto. La mattina quelle persone erano da noi, senza più nulla, e la sera erano di nuovo in stazione. Questi sgomberi spostano solo il problema di pochi metri, non lo risolvono. Infatti, oggi la situazione in Tibaldi è identica a prima”.
Ricorda un numero così alto di morti in inverno?
"A memoria non ricordo un inizio d’anno così drammatico. Va detto che in strada si muore tutto l’anno, anche d’estate”.
Chi sono queste persone?
"Persone sole. Vediamo un abbassamento dell’età media, con molti giovani, anche se la maggior parte sono anziani, molti over 60. Notiamo poi un aumento delle donne: per loro la strada è ancora più pericolosa”.
Come state rispondendo a questa emergenza?
"Abbiamo attivato il ’piano freddo’ con 20 posti letto e altri 8 nel nostro centro ’Cielo Stellato’, dedicato alle donne. Davanti a queste morti, però, non possiamo limitarci ai numeri: ci stiamo interrogando su come ricostruire la fiducia con chi ancora rifiuta l’aiuto”.
Vivere in strada può davvero definirsi una scelta?
"Nessuno sceglie di finire in strada: ci si ritrova per la perdita del lavoro, della casa, dei legami familiari. È spesso una scelta obbligata dalla solitudine. La scelta subentra dopo, quando viene proposto un dormitorio e la persona rifiuta, spesso per paura. Temono i furti, non vogliono separarsi dai propri cani, non tollerano le regole rigide di certe strutture. Il nostro compito è capire come ’agganciare’ queste persone, creando contesti di accoglienza che non sentano come ostili".
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