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Disastro Italia, il Mondiale non torna più
Kean ci illude, Bastoni espulso dopo 41’ minuti: la Bosnia ci raggiunge nel finale con Tabakovic e poi la beffa arriva ai calci di rigore
di DORIANO RABOTTI
31 marzo 2026Rosso a Bastoni
Per approfondire:
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Roma, 31 marzo 2026 – E adesso che cosa ci verrete a raccontare, e con quale faccia, voi padroni di un giocattolo rotto che chiamate calcio? Ora che avete perso l’ennesimo referendum sui vostri limiti, ora che siete riusciti a renderci definitivamente periferia dell’impero del calcio, ora che avete sferrato la terza picconata alla storia sportiva di un Paese che vive il calcio in modo trasversale e viscerale, che si unisce per la maglia azzurra come non riesce a fare mai per le cose teoricamente più importanti dello sport?
Ai Mondiali va la piccola Bosnia, e se l’è meritato più di noi che abbiamo perso non ieri sera sull’erba gelata del campo di Zenica, ma in tutti gli anni passati a non trovare uno straccio di risposta di sistema ad una crisi che è sportiva, ma anche identitaria. Perché il calcio che affonda mentre tutto il resto dello sport azzurro si copre d’oro è lo specchio fedele di un sistema che non sta più in piedi, troppo attento a Var e pirateria e molto meno alla produzione di talenti. Succede, quando ognuno tira dalla parte del suo orticello invece che fare sistema (come invece riesce a volley, tennis, atletica, e via vincendo). Eravamo già quasi a 12 anni di assenza, ora diventeranno 16. Se va bene. Di sicuro da oggi inizieranno i processi a tutti, da Gravina in giù.
Chi non merita condanne è il gruppo di Gattuso. Sul campo ha fatto quello che poteva, pagando anche la pressione dell’obbligo di evitare un incubo mentre gli avversari avevano la leggerezza di chi cerca un sogno. Il terreno non è un alibi, lo stadio era una bolgia gelata (nell’inferno di Dante sarebbe stata quella dei traditori), ma a un valore di mercato della rosa azzurra che è quasi sette volte quello dei bosniaci ci si aspetta che corrisponda una maggior esperienza e capacità di affrontare anche gli ambienti ostili, e invece. Ma i giocatori sono gli ultimi responsabili, anzi: hanno retto giocando in dieci per ottanta minuti, la verità è che questi siamo. Ed è troppo poco.
Peccato perché l’avevamo sbloccata con un regalo del portiere avversario che ha dato la palla a Barella, assist per Kean che mette subito nel sette e segna per la sesta gara consecutiva in maglia azzurra. Non è ancora passato un quarto d’ora, il piano astrale sembra inclinarsi subito. In realtà in discesa sembra il campo, perché la Bosnia inizia a premere con continuità e anche se la mira è spesso storta, dalle fasce arrivano tanti pericoli, dal mancino Bajraktarevic soprattutto, per le teste di Katic, Demirovic e Memic. L’episodio che riaccende le speranze bosniache nasce da un rinvio di Donnarumma che i centrocampisti aspettano passivi. I nostri, quelli avversari invece sono pronti come falchi a lanciare Memic. Bastoni lo stende al limite dell’area, Turpin estrae il rosso e mentre il bosniaco esulta come un...Bastoni contro la Juve, perché il destino vede le partite di calcio, il difensore dell’Inter torna negli spogliatoi. Entra Gatti per Retegui, la ripresa si annuncia come un assalto a Fort Apache. E lo è. Gattuso mette Palestra per un Politano esausto, Kean è solo come un naufrago, al 15’ ruba palla e s’invola verso la porta, peccato che il tiro sia un messaggio in bottiglia lanciato in curva. Gattuso aggiunge chili e centimetri, Pio Esposito e Cristante, perché la Bosnia continua ad alzare pericoli, ma l’interista spara alto un bel pallone di Palestra. Dimarco fa peggio calciando fuori un rigore in movimento, e quando mancano poco più di dieci minuti a forza di provarci la Bosnia passa: cross per la testa di Dzeko, Donnarumma fa un mezzo miracolo ma Tabakovic ci affonda con il tap-in. Supplementari, una tortura. L’Italia è eroica, Turpin grazia la Bosnia al 102’ per un fallo su Palestra identico a quello su Bastoni, ma è solo giallo. Rigori. Abbiamo Donnarumma, ma stavolta non basta: sbagliano Esposito e Cristante, dei bosniaci nessuno. La firma sulla crisi che non finisce mai, la nostra, è quella di Bajraktarevic.
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