Serena Rossi, “SereNata a Napoli”: vi racconto la mia città, fra cicatrici e tanta ironia |
Serena Rossi, 40 anni, sul palco degli Arcimboldi con lo spettacolo “SereNata a Napoli“
Per approfondire:
Articolo: Barbara Bouchet: “Cerco l’amore ma non è facile alla mia età. Non ho paura di morire, sono contro l’accanimento terapeutico”Articolo: Angelina Mango si riprende la scena: “Sul palco porto tutta me stessa”Articolo: Il traduttore di Philip Roth: “Tra le contorsioni di Operazione Shylock, come un Houdini della parola. Il Signore degli Anelli? Sui social volevano farmi la pelle”Ricevi le notizie de Il Giorno su Google
SeguiciMilano – È una sorta di concentrato napoletano Serena Rossi: puro spirito partenopeo al 100%. La vedi e ti viene voglia di fare due passi in via Chiaia. O di comprare un vassoio di babà da Mary, in Galleria. Nell’attesa però si può semplicemente fare un salto domani sera agli Arcimboldi per il suo “SereNata a Napoli”, un notturno di musica e parole diretto da M. Cristina Redini. Replica unica. Per un omaggio che si trasforma presto in un viaggio. Mentre si rincorrono canzoni, racconti, immagini, tradizioni.
Serena, come sta andando lo spettacolo?
“Sono stata ricoperta d’amore, qualcosa di commovente. Che poi è la prima volta che mi metto così tanto in gioco a teatro, con un lavoro mio, fortemente voluto. E vedere che la creatura spicca il volo ha francamente qualcosa di magico”.
Ci parli allora della creatura.
“Avevo questo grande desiderio di raccontare Napoli lontana dagli stereotipi, quindi affrontando anche le pagine più difficili, le cicatrici. Senza evitare ogni tanto un pizzico di presa in giro. Perché a un certo punto canto una canzone e praticamente piango tutto il tempo, per poi far presente che forse è vero che noi napoletani siamo un pizzico melodrammatici. Un modo per esorcizzare gli aspetti più dolorosi, come i racconti di guerra”.
Spettacolo, Serena Rossi in SereNata a Napoli
Temi?
“La nostalgia, la festa, i treni della felicità, la malavita, l’amore, il femminismo. Perché ho pure scoperto che una mia antenata è stata una delle prime cantanti femministe. Tutto questo dentro una serenata dedicata alla sirena Partenope, sempre accompagnata dal pubblico che canta con me”.
Pure a Milano?
“Guarda, non hai idea. L’altra sera a Genova cantavano tutti. Ma d’altronde chi è che non conosce “Dove sta Zazà”? Secondo me la canticchiate perfino qui”.
Ragionando invece per stereotipi, in cosa non si sente napoletana?
“Non mi appartiene quel vivere alla giornata, un po’ naïf e per aria, dove gli appuntamenti sono una parentesi temporale di almeno mezz’ora: ci vediamo intorno alle 9.30/10, una cosa così. Che poi diventa dieci e un quarto. Io in questo sono una napoletana svizzera”.
Una napoletana excel.
“Ecco, sono io. Con tutti i miei schemini”.
E invece in cosa è clamorosamente partenopea?
“Sono empatica e accogliente, abbraccio tutti. Come continua a fare Napoli, dove non ci sono diversità e hanno sempre convissuto culture lontane. Una stratificazione. Chiunque sia passato ha lasciato qualcosa, anche perché nessuno si è mai sentito respinto”.
Serena Rossi
Questa accoglienza la caratterizza sul lavoro?
“Credo di sì. I miei genitori mi hanno insegnato il rispetto della fatica e che la fatica è più importante del ruolo. C’è un’atmosfera serena intorno al progetto, un clima gioioso, di impegno e di leggerezza. Ne sono orgogliosa”.
A quale racconto è particolarmente legata?
“La guerra, le Quattro Giornate di Napoli, la città che si libera da sola grazie alle donne e ai bambini, ai ragazzi di strada. Un episodio che mi emoziona sempre moltissimo. E che concludo cantando una canzone che interpretavo anche ne “Il treno dei bambini” di Cristina Comencini. Mia nonna era stata una di quelle bimbe in viaggio verso il nord. Alla fine è il racconto di una rinascita, di gente che si tira su le maniche”.
Molti si stanno emozionando anche con “Non abbiamo bisogno di parole” su Netflix, il remake dei Bélier e di CODA.
“È un progetto che mi ha toccato nel profondo, lasciandomi piena di domande. Chiaramente c’è il lavoro sul personaggio, per altro bellissimo, una pigmalione che sprona il grande talento che ha di fronte. Ma a fianco di questo, c’è stata l’opportunità unica di confrontarmi con una comunità che non conoscevo, i colleghi sordi e i loro coach”.
A cosa sta pensando?
“Ricordo un giorno che siamo usciti tutti a pranzo insieme, portando con noi i nostri figli. Non ti nascondo che io avevo qualche dubbio su come avremmo interagito, mi immaginavo grandi difficoltà, sempre lì col cellulare in mano. Invece ti accorgi subito che si riesce eccome a comunicare. E i bambini riescono meglio di tutti”.
Come sceglie i progetti?
“Ho un buon intuito, mi fido della mia pancia. Ma ora ho voglia di creare da sola le mie cose, di non essere l’attrice scritturata”.
Sogno nel cassetto?
“Portare questo spettacolo all’estero. E credo che piacerebbe molto alle comunità italiane”.
Nei prossimi mesi?
“Presto arriverà su RaiUno “La famiglia Panini“, dove io interpreto la capostipite Olga. È stato un lavoro trasformarmi in un’anziana donna modenese. Ho poi finito di girare “Scherzetto“, il film di Martone con Toni Servillo, dal libro di Domenico Starnone. Ecco, quello è stato un po’ un sogno. Un sogno realizzato”.
WhatsAppFacebookXPrint
© Riproduzione riservata
Tag dell'articolo
IntervistaSpettacolo teatraleTeatro Arcimboldi